Personaggi:
IL GIUDICE
LA GIORNALISTA
LO RUSSO
PROCURATORE
UN GIOVANE MAGISTRATO
GIOVANNI BRUSCA
SCENA I
I personaggi tranne il Giudice, in fila davanti al pubblico in una sorta di prologo collettivo si alternano.
1 – Chi si affaccia da San Martino, il punto più alto del Vomero, o dal corso Vittorio Emanuele, la lunga arteria che taglia in due la città segnando la separazione tra il centro, la zona collinare, e volge gli occhi verso il Vesuvio, impatta con lo sguardo un edificio, mastodontico, tre enormi blocchi neri e tetri.
2 – È il Palazzo di Giustizia di Napoli, il più grande d’Italia al cui confronto Piazzale Clodio a Roma o il Palazzo di Milano sembrano minuscoli e insignificanti tribunali di provincia.
3 – Il più grande d’Italia, dunque, che vuol dire sicuramente il più grande d’Europa e, quasi certamente, il più grande del mondo, se si prendono in considerazione i numeri diffusi come in una stanca litania in occasione di quelle cerimonie sempre uguali all’anno prima che sono le inaugurazioni dell’anno giudiziario, dove si scopre che a Napoli e nel suo hinterland si commettono il più alto numero di reati, e di conseguenza si aprono il maggior numero di inchieste e di procedimenti penali, e dove anche la litigiosità, all’origine delle cifre record dei processi civili, non ha eguali in tutto il Bel Paese.
4 – È in questo gigantesco e freddo e buio Palazzo della Legge, che conserva a tutte le ore sempre la stessa allegra atmosfera di una stazione della metropolitana alle undici di sera, che si consumano quotidianamente storie di ogni tipo: di dolore, violenza, passione, sopraffazione ma anche scene che sembrano sottratte alla migliore tradizione del teatro comico napoletano.
Escono tutti.
SCENA II
Entra il Giudice. Ha una cartella nera. Si guarda intorno sconcertato, è la prima volta che entra nel Monolite, il Palazzo di Giustizia di Napoli.
GIUDICE: Nel settembre del 1999 il grande palazzo con i vetri affumicati mi si staglia davanti in tutta la sua misteriosa imponenza come l’engmatico monolite nero di Kubrik. Il centro direzionale di Napoli potrebbe essere la spettrale parodia del semidesertico territorio lunare dove gli ominidi di 2001 Odissea nello spazio si sfidano per il controllo di una fonte d’acqua e l’osso femorale di una delle vittime viene usato come arma d’offesa prima di trasformarsi in astronave spaziale.
È una bella giornata di sole quando entro per la prima volta nell’enorme parallelepipedo plumbeo con su scritto PROCURA DELLA REPUBBLICA DI NAPOLI. Mi guardo intorno mentre salgo e scendo per gli ascensori e percorro scale e corridoi, uno squallido labirinto che sembra fatto apposta per complicare la vita.
Poco male. Tutto sommato sono ancora troppo giovane per reincarnarmi in un’altra dimensione.
Dopo qualche giorno vengo destinato alla sezione che si occupa di reati contro il patrimonio. La stanza che mi viene assegnata è al sesto piano, esattamente a metà strada tra la base e la cima del misterioso Monolite.
SCENA III
Ufficio del Giudice intento a consultare scartoffie.
Si affaccia Lo Russo.
LO RUSSO: Chiedo scusa dottore.
GIUDICE: Che c’è?
LO RUSSO: Chiedono di lei.
GIUDICE: Avevo detto che non volevo essere disturbato, sto lavorando.
LO RUSSO: Sì, glie l’ho detto, ma insiste-
GIUDICE: Chi?
LO RUSSO: Una ragazza… (sornione) Piuttosto carina, dottò.
GIUDICE: Ah sì? Buon per lei, e anche per te che ti sei rifatta la vista. Ma io adesso non ho tempo per nessuno, neanche per Miss Mondo.
LO RUSSO: Sostiene di avere un appuntamento.
GIUDICE: Con me?
LO RUSSO: Così dice. E anche che non può rimandare assolutamente.
GIUDICE: Ma io non ho nessun appuntamento oggi.
LO RUSSO: Quindi le dico che non può riceverla? Insomma che faccio, dottò?
GIUDICE: Aspetta, aspetta. Che giorno è oggi? Giovedì?
LO RUSSO: Esatto.
GIUDICE: Numero?
LO RUSSO: Quattro. Lunedì, martedì…
GIUDICE: Non fare lo spiritoso, non è la giornata giusta. La data, che data abbiamo?
LO RUSSO 2 marzo. Giovedì 2 marzo. Vuol sapere anche l’anno, dottò?
GIUDICE: Santo cielo, le Idi di Marzo. Capperi me ne ero scordato.
LO RUSSO: Sta indagando sull’assassinio di Giulio Cesare per caso?
GIUDICE: Lo Russo ti prego di tenere per te, almeno oggi, il tuo spirito di patata.
LO RUSSO: Sissignore signorsì signore. Mi cucisco le labbra, come si dice nel mio dialetto.
GIUDICE: Ecco, bravo. Che ore sono? Accidenti dove ho messo l’orologio con tutte queste scartoffie finisce sempre sotto qualche fascicolo.
LO RUSSO: Sono le diciassette e trenta e tutto va bene, dottore.
GIUDICE: Va bene forse per te che tra poco stacchi. Io invece mi ero dimenticato di aver dato appuntamento a quella giovane giornalista. Che rottura! Mi è stata appresso per un mese per strapparmi un’intervista. Allora, Lo Russo…
LO RUSSO: Comandi.
GIUDICE: Aspetta cinque minuti, no anzi dieci, poi falla entrare: Prima sistemo le carte dell’ultima inchiesta. Dio non voglia che sbirci qualche dettaglio che domani me lo ritrovo pubblicato sul giornale.
LO RUSSO: Agli ordini.
GIUDICE: (richiamandolo) Lo Russo… mi raccomando, bocca cucita con la stampa, muto come un pesce.
LO RUSSO: Me la cucisco di nuovo dottore. (fa per andare, fa dietrofront) Ah dimenticavo…
GIUDICE: Che altro c’è?
LO RUSSO: È arrivata anche questa. È del procuratore generale.
GIUDICE: Grazie, sarà la risposta alla mia richiesta di delega di indagini.
SCENA IV
Ufficio del Procuratore aggiunto. È presente anche un altro magistrato.
PROCURATORE: Ti rendi conto questo qui come si comporta?
ALTRO MAGISTRATO: Me ne sono accorto, si crede onnipotente.
PROCURATORE: Pensa di metterci il pepe al culo e farci correre per colpa della sua lentezza e pignoleria. Senti senti che si azzarda a scrivermi. Mi è pervenuta stamattina, leggi tu stesso:
MAGISTRATO: (legge)
Alla Nucleo Centrale della sezione di Polizia Giudiziari Procura – sede OGGETTO : delega di indagini
Trasmetto copia della denuncia sporta da XXX, funzionario di banca, avente ad oggetto la contraffazione e la ricettazione di numerosi assegni, con delega ai sensi dell’art. 370 c.p.p. per lo svolgimento di ogni opportuna attività d’indagine, e in particolare:
- interrogare il denunciante sulle circostanze dell’incasso degli assegni presso la banca (come se interrogare non fosse compito suo!)
- identificare tale YYY, che portò all’incasso gli assegni presso la banca;
- se identificato, interrogare YYY alla presenza e con l’assistenza del difensore; (ancora, ci rifà)
- verificare se YYY abbia utilizzato documenti di identità contraffatti ovvero dichiarati smarriti;
- identificare e interrogare i successivi giratari degli assegni, in modo da risalire all’originario falsificatore; (niente più? Vuole anche cappuccino e cornetto, scusa se aggiungo questi commenti, ma capisco che ti sono girate le palle!)
- interrogare a verbale tutti gli altri testimoni a conoscenza dei fatti; (comprese Mammate e Soreta)
Pregasi redigere dettagliato rapporto finale, evitando di trasmettere atti in via interlocutoria. (ma con che coraggio dico io!)
Pregasi fornire cortese riscontro entro e non oltre gg. 30.
Il predetto termine è da considerare del tutto indifferibile, stante la scadenza dei termini processuali relativi al compimento delle indagini preliminari. IL PUBBLICO MINISTERO dr. Paolo Itri – Sost. Procuratore della Repubblica –
PROCURATORE: Indifferibile, capisci!
MAGISTRATO: (scoppia a ridere) Ma ti rendi conto? Ti ha dato pure i 30 giorni, come se stesse licenziando una badante.
PROCURATORE: Mi piace poi quell’ “indifferibile” sottolineato, come se la scadenza dei termini processuali fosse causata del mio ufficio e non frutto della sua lentezza.
MAGISTRATO: Così alla fine, se succede qualcosa, scarica la colpa su di te.
PROCURATORE: E che so’ fesso e non me sono accorto secondo te?
MAGISTRATO: Gli risponderai.
PROCURATORE: Per le rime e controrime. Questa gli arriva oggi stesso in serata. Leggi, leggi tu stesso e poi dimmi se non faccio bene a mettere a protocollo che lo scaricabarile ha finito di farlo col sottoscritto.
MAGISTRATO: (legge) Al Sostituto Procuratore dott. Paolo Itri s e d e. Oggetto: delega di indagini
Le restituisco la Sua delega di indagini, diretta al Nucleo Centrale della sezione di polizia giudiziaria della Procura, senza il prescritto Visto di mia competenza, poiché ritengo che essa sia stata emessa in violazione dei criteri di cui alla Circolare n. XX/XXX del 00/00/0999.
Innanzitutto, Le faccio presente che la suddetta Circolare prevede l’impiego della Sezione di Polizia Giudiziaria solo per indagini complesse, non essendo consentito di avvalersi dell’Organo di PG in questione per attività di carattere meramente esecutivo ovvero di notifica di atti.
Peraltro, ne ho già approvate altre due, emanate sempre dalla S.V. per situazioni analoghe, e non mi sembra il caso di approvare anche questa.
E poi deve sempre spiegarmi il motivo per cui Lei si decide a delegare indagini all’ultimo momento. Napoli, 07/5/2001 IL PROCURATORE AGGIUNTO
PROCURATORE: Eh, che te ne pare?
MAGISTRATO: Cattivella. Beh, perché no? In fondo è lui che se la va a cercare.
PROCURATORE: La rogna, appunto, e con me l’ha trovata. Oltretutto ho una certa età. Non mi fottono più.
MAGISTRATO: In verità ti hanno già fottuto abbastanza, amico mio.
PROCURATORE: Già! Carriera dimezzata per colpa di un arrivista che si fa largo a gomitate nei fianchi. Ormai sono prossimo alla pensione, che vuoi che me ne freghi di alzare polveroni.
MAGISTRATO: Del resto il Monolite è stato costruito per questo: per alzare polveroni come si fa in tutti i Palazzi di Giustizia.
PROCURATORE: (ridacchia) Non per niente la sede della corte suprema a Roma ha un nome che è tutto un programma: il Palazzaccio. La location ideale, se permetti, del dramma di Ugo Betti “Corruzione a palazzo di giustizia”.
SCENA V
GIUDICE: Lo Russo… Lo Russo! Ma dove s’è cacciato… Lo Russo manifestati immantinente. Ora o mai più! Lo Russo!
Entra Lo Russo, trafelato.
LO RUSSO: Scusi dottore, ero andato un attimo in bagno.
GIUDICE: Anche tu hai questo difetto di dover cambiare l’acqua alle olive di tanto in tanto…
LO RUSSO: Con l’età e la prostata sempre peggio dottore.
GIUDICE: A chi lo dici. Beh, ora siediti e scrivi.
LO RUSSO: Penna, taccuino, occhiali… dica pure dottore. Sono pronto.
GIUDICE: Un momento fammici pensare. Devo rispondere per le rime e i controcavoli al Procuratore Aggiunto che mi ha inviato questa letterina che è tutto un programma. In sostanza mi dà del pelandrone inefficiente e scaricabarile.
LO RUSSO: Non è una novità. Ma è proprio sicuro di volergli rispondere?
GIUDICE: Perché tu che fai quando uno ti molla un ceffone, te lo tieni?
LO RUSSO: Certo che no. Glie lo rimando con gli interessi.
GIUDICE: Appunto è quello che sto per fare. Scrivi. Al Sig. PROCURATORE AGGIUNTO s e d e. Punto.
LO RUSSO: Punto.
GIUDICE Oggetto: procedimento n.74089/92 – restituzione delega di indagini alla sezione di P.G. trasmessa per il “visto”. Punto a capo.
LO RUSSO: Punto a capo.
GIUDICE: Con riferimento alla nota, senza numero, datata 11/5/2001, con la quale mi è stata restituita la delega di indagini in oggetto, Le faccio notare quanto segue… due punti…
LO RUSSO: Due punti.
GIUDICE: Che ripeti a fare, mica siamo Totò e Peppino con punto, punto e virgola, due punti fai vedere cha abbondiamo…
LO RUSSO: Chiedo scusa, è la scenetta che preferisco di Totò.
GIUDICE: Anch’io, ma siamo seri. Ordunque… La delega in oggetto, seppure formalmente trasmessa alla sezione di P.G., contemplava chiaramente (ed in “grassetto”) la facoltà di subdelega, ragion per cui, nelle intenzioni di chi scrive, al Nucleo Centrale viene unicamente demandata l’attività di coordinamento delle successive risultanze investigative, con ovvia esclusione di attività di carattere meramente esecutivo ovvero di notifica di atti. Peraltro, le attività d’indagine da svolgersi successivamente non appaiono prima facie prive del requisito della “complessità”, trattandosi di vicenda processuale (ricettazione di più titoli di credito) foriera di potenziali sviluppi con conseguente necessità di svolgere attività investigativa di non lieve estensione. Hai scritto?
LO RUSSO: Per filo e per segno.
GIUDICE: Adesso arriva il carico da novanta.
LO RUSSO: Sono pronto, sempre sul pezzo.
GIUDICE: Erroneamente perciò la S.V. ritiene che la ragione dell’attribuzione della delega alla sezione di P.G. sia la “prossima” scadenza dei termini processuali, ovvero che io mi deciderei “a delegare indagini all’ultimo momento”. Il fascicolo infatti, iscritto il…. è stato purtroppo assegnato allo scrivente solo in data…, a seguito di “cambio delega”. (Controlla e aggiungui tu le date.) Comunque, qualora Lei ritenga tali ragioni insufficienti, non mancherò di conferire la delega d’indagine ad un diverso reparto territoriale.
LO RUSSO: Capperi! Ci va giù pesante!
GIUDICE: Capperi e olive, che stiamo a fare i peperoni alla Recanati?
LO RUSSO: Sì, piccanti però.
GIUDICE: Non preoccuparti, ho la pelle dura io. Copia tutto in bella e portamela per la firma.
LO RUSSO: Vado… Ah dimenticavo..
GIUDICE: Che c’è ancora?
LO RUSSO: La ragazza, la giornalista, che faccio?
GIUDICE: È ancora lì?
LO RUSSO: Non molla di un millimetro.
GIUDICE: Falla entrare santiddio, così me la levo di torno.
LO RUSSO: Speriamo.
GIUDICE: In che senso, scusa?
LO RUSSO: Mi pare un tipetto che non si fa liquidare in quattro e quattr’otto. Dottò, con questa lei rischia di fà notte.
GIUDICE: Ma che dici, Lo Russo, sai bene che non sono il tipo che approfitta delle situazioni.
LO RUSSO: Non notte in quel senso, ma notte nell’altro.
GIUDICE: E che sarebbe l’altro senso di questa tua fantomatica notte?
LO RUSSO: È che quando la stimolano a parlare di certi argomenti lei si fa sempre trascinare per le lunghe.
GIUDICE: Vuoi dire che sono un chiacchierone?
LO RUSSO: Beh, sì.
GIUDICE: Ma vaffanculo Lo Russo!
LO RUSSO: Ci vado subito dottore.
SCENA VI
Il Giudice sistema alcuni fascicoli nel cassetto. Indossa la giacca, si aggiusta rapidamente i capelli e viene colto dalla Ragazza in quel gesto narcisistico.
RAGAZZA: Permesso?
GIUDICE: Prego, prego signorina. Si accomodi, stavo mettendo un po’ in ordine. Sa com’è qui il lavoro si affastella sempre di più, perché la gente non smette di delinquere, anzi… al contrario… ma lasciamo perdere. Comunque perdoni l’attesa ma dovevo risolvere un problemino, anzi un problemone interno.
RAGAZZA: Sono io a doverla ringraziare del prezioso tempo che mi dedica.
GIUDICE: Appunto, bando ai convenevoli, non perdiamone altro di tempo. Dunque…
RAGAZZA: Dunque?
GIUDICE: Per quale testata scrive? Lo so, me lo ha già detto al telefono, ma me lo sono dimenticato, ho troppe cose da tenere a mente.
RAGAZZA: Sono una free lance, ma scrivo principalmente per…
GIUDICE: Alt, la stoppo subito. Non me lo dica. Per me fa lo stesso. Un giornale o l’altro per me pari sono, non facciamo preferenze in nome del quinto potere, quello mediatico della carta stampata.
RAGAZZA: Veramente si tratta di una testata online.
GIUDICE: La cosa mi è indifferente, come le ho testè detto.
RAGAZZA: Le dispiace se scatto anche qualche foto mentre parla per illustrare l’intervista.
GIUDICE: Illustrare o immortalare?
RAGAZZA: Non capisco…
GUDICE: Oggi ricorrono le Idi di Marzo.
RAGAZZA: Non lo sapevo.
GIUDICE: Ora lo sa. Eh, la scuola non è è più quella di un tempo. Mi riferivo all’assassinio di Giulio Cesare.
RAGAZZA: Sta indagando ancora su quello? Capisco i tempi della Giustizia Italiana, ma mi sembra che sia passato qualche annetto da quel fatidico giorno.
GIUDICE: Beh, secondo una teoria storica stiamo ancora pagando le conseguenze di quel misfatto. Perché un evento determina il flusso successivo della storia stessa, la direzione che essa prende. Il presente non è altro che il passato che non è ancora futuro. Su youtube c’è un video di un divertente sketch di Luciano De Crescenzo che spiega questa filosofia a due zoticoni. Il presente non è ancora presente perché quando c’è è già passato, mi pare di ricordare, e non è neppure il futuro. Lo stesso dicasi per il futuro che non c’è ancora e per il passato che…
RAGAZZA: Che non c’è più. È la negazione socratica del tempo assoluto.
GIUDICE: Ecco appunto… dicevamo?, scusi ho divagato troppo.
RAGAZZA: Chiedevo se posso… immortalarla.
GIUDICE: Perché no? Facciamo questa immortalata. Magari stasera salto in aria come Falcone e Borsellino e lei ha la fortuna di avermi immortalato, quindi reso mediticamente immortale, nelle ultime ore della mia vita.
RAGAZZA: Crede davvero di correre questo rischio incombente?
GIUDICE: Certo che no. Ci sscherzo un po’ su semplicemente per esorcizzare il pensiero della morte. La mia mente deve essere libera da angosce e paure per non bloccarsi nel suo processo investigativo. Se uno se la fa sotto nel mio caso è meglio che cambi mestiere.
RAGAZZA: Posso scriverlo?
GIUDICE: Scriva pure tutto quello che vuole. Io le parlo a cuore aperto come un padre alla figlia. Del resto è quello che pretendono tutti da me: la massima sincerità.
RAGAZZA: Comunque non esageri con la differenza d’età, lei potrebbe avere l’età di un mio fratello maggiore.
GIUDICE: Sì, certo, molto maggiore però, di un paio di secoli. Perché vede io sono vecchio dentro.
RAGAZZA: Vuol dire saggio, vecchio non mi pare proprio.
GIUDICE: Forse non mi ha visto bene.
RAGAZZA: Forse… potrebbe accendere la lampada sulla scrivania? Non per giudicarla per l’età, ma per farle una bella foto… cioè immortalarla mentre lavora.
GIUDICE: Così va bene?
RAGAZZA: Un po’ più di profilo, grazie. Ecco così va bene. Fatto. Un’altra… in piedi questa volta.
GIUDICE: Ecco, abbiamo finito?
RAGAZZA: Ok, finito.
GIUDICE: Sono venuto bene?
RAGAZZA: È fotogenico, sa?
GIUDICE: Se avessi saputo che c’erano anche le foto in ballo mi sarei rasato meglio. Stamattina non ne ho avuto il tempo. Dopo una nottataccia di lavoro avrò dormito sì e no un paio d’ore. Ho dovuto ristudiare tutte le carte perché a giorni, se non lo rinviano come spesso accade, si inaugura il Grande Processo, il Processone come lo chiamate voi giornalisti.
RAGAZZA: Non le piace la definizione?
GIUDICE: Non si tartta di piacermi o meno, è che la trovo esagerata. Per carità, si tratta di un evento giudiziario di una certa rivelanza anche a livello nazionale, non lo nego. Del resto sono io stesso ad averlo impostato dopo un lungo e faticoso lavoro investigativo. Però gli si attribuisce troppa importanza, mi creda.
RAGAZZA: E perché mai?
GIUDICE: Perché anche in caso di condanna degli imputati non potremo parlare di colpo mortale e definitivo alla mafia.
RAGAZZA: Allora le chiedo: si può vincere contro la mafia?
Il Giudice sospira, sorride, si prende una pausa, accende una sigaretta.
GIUDICE: Vede signorina, Falcone una volta disse che la Mafia come tutti i fenomeni umani si può eliminare. Era convinto della sua fine naturale, prima o poi, ma purtroppo più poi che prima.
RAGAZZA: E allora?
GIUDICE: Purtroppo questa convinzione, un po’ idealistica se mi consente, ha portato lui a saltare in aria con scorta e consorte, non certo la Cupola che stava combattendo con la speranza, direi con la “pia” illusione di spuntarla.
RAGAZZA: Pia illusione? Che significa?
GIUDICE: L’illusione, ragazza mia, consiste nel vagheggiare un’improbabile, anzi impossibile soluzione del problema mafioso… Mentre la “pia” illusione comporta la consapevolezza che la giustizia non trionferà definitivamente mai sul malaffare: si possono vincere le singole battaglie, ma la guerra no. Non finisce mai e risorge sempre dalle proprie ceneri come l’Araba Fenice. Tuttavia, qui sta il punto, si combatte e si cade lo stesso in nome di una convivenza civile pur sapendo che si tratta di un irraggiungibile al di là.
RAGAZZA: Quindi secondo lei Falcone è stato un “povero illuso”?
GIUDICE: Assolutamente no, è stato semmai un “pio illuso” ossia colui che sa di illudersi ma lo fa per un bene superiore. Oltretutto è stato doppiamente vittima, non solo dei suoi assassini, ma anche del Grande Golem che lo ha messo su quella strada di Capaci, quel gorno, a quell’ora.
RAGAZZA: Il Grande Golem, ovvero…?
GIUDICE: Il Palazzo del Potere mia cara. Il “palazzaccio” corrotto di Ugo Betti, se ha letto il dramma dello scrittore e magistrato fiorentino. Ci hanno fatto anche un film con Franco Nero. Lo ha visto? No? Peccato, lo guardi se può, capirà molte cose.
RAGAZZA: Intende i cosiddetti Veleni delle lotte intestine della magistratura?
GIUDICE: Esatto. Anche qui dentro, in questo cubo di cemento e acciaio detto il Monolite, tirano spifferi mortali, agguati, sgambetti, dispetti, delazioni, imbrogli e sotterfugi… Non mi faccia dire altro, la prego.
RAGAZZA: Suona strano detto da lei che qui dentro ci lavora.
GIUDICE: Resisto. Per pura e semplice “pia illusione” ad essere sincero.
RAGAZZA: Comunque la capisco, entrare in questo edificio fa una certa impressione, mette i brividi.
GIUDICE: A chi lo dice.
SCENA VI
Il Giudice alla ribalta in un monologo a parte. La luce di scena si oscura, resta un fascio su di lui a sottolineare il pensiero interiore. Si ode il mare.
In alternativa può essere realizzato un video che sostituisce il monologo a parte del giudice.
GIUDICE Spalanco i battenti del piccolo terrazzo, l’odore del mare la sferzata del vento di levante invadono la stanza da letto. Le onde si infrangono sulla scogliera e vanno a morire sulla spiaggetta di sassi sotto casa. D’inverno, il porto di Acciaroli è una vista per pochi eletti.
Devi coglierne le sfumature, la linea del molo che si allunga tra il cielo e la terra, le barche dei pescatori e la chiesetta. Apro la porta di casa e salgo in macchina. Vivo al presente ma penso al passato.
L’antimafia, gli uffici ovattati del Ministero, e adesso questo piccolo Tribunale i provincia dove ogni santo giorno ti piombano addosso un paio di chili di carte e una fila di avvocati davanti alla porta.
Il viavai degli impiegati: il telefono che non la smette, l’udienza, la Polizia Giudiziaria che entra ed esce dalla stanza. E la sera, questo mare a volte in tempesta e a volte liscio come l’olio. Mentre guido mi scorrono davanti a gli occhi come in un vecchio film i morti ammazzati e per un pelo non finisco per travolgere sotto la macchina un immaginario cadavere buttato per la strada.
Vite distrutte da macellai più o meno pentiti. Le gabbie dei processi di camorra piene di uomini stipati come animali. Ma anche i tanti poveri cristi che ogni giorno hanno la sfortuna di imbattersi nei contorti meccanismi della giustizia italiana.
Certi giorni mi volto a guardarmi indietro e li vedo tutti: dal primo all’ultimo.
Tanto non se ne andranno mai. Sono loro, i miei amici fantasmi.
SCENA VII
Torna la luce in scena. Fine del monologo interiore.
GIUDICE: Facciamo una pausa, se non le dispiace. Possiamo offrirle qualcosa? Caffé, Thé. aperitivo?
RAGAZZA: Un cappuccino, volentieri, grazie.
GIUDICE: (spinge un tasto dell’interfono che manda all’inizio qualche strano segnale) Accidenti a questo stramaledetto affare!
RAGAZZA: (sorride) Siete intercettati anche voi?
GIUDICE: Da intercettatori a intercettati, la nemesi storica-giuridica. Eh, magari fosse. Alemo sapremo che questi aggegi che ci forniscono dalla preistoria funzionano. Invece di tratta solo di volgarissime interferenze. Qui dentro cara signorina funziona poco o niente, non si lasci impressionare dalla gabbia di cristallo in cui siamo rinchiusi. E come un grande uovo di pasqua la cui sorprsa all’interno è un pupazzetto da due soldi. Come dice il proverbio: la montagna partorisce sempre il topolino. (nell’interfono che gracchia qualcosa) Lo Russo, dico a te , ci sei?
LO RUSSO: Sì dottore, mi dica.
GIUDICE: Si potrebbero avere due cappuccinni… anzi no, un cappuccino e un caffè macchiato senza schiuma?
LO RUSSO (VOCE): Certo dottore. Ma devo farli portare dal bar di fronte perché quello interno è già chiuso da una buona mezz’ora.
GIUDICE: Diamine, che ora abbiamo fatto?
LO RUSSO (VOCE) Sono quasi le sette di sera.
GIUDICE: Scusa, tu non dovevi aver già staccato?
LO RUSSO (VOCE): Da un pezzo dottore, aspettavo lei per accompagnarla alla scorta che la aspetta di sotto.
GIUDICE: Per carità, lascia perdere. Dirò alla scorta di venirmi incontro per le scale, anzi chiederò se mandano qualcuno al bar.
LO RUSSO (VOCE): Mi perdoni dottore, ma il bar esterno è compito mio.
GIUDICE: No Lo Russo, aspetta… testone! È già corso al bar! Fa sempre di testa sua.
RAGAZZA: Le è fedele.
GIUDICE: Classico esempio di quella “pia illusione” di cui parlavamo. Quest’uomo ha famiglia. Lo aspettano a casa. Però per me farebbe di tutto. Si farebbe anche ammazzare. E se non lo ammazzano i sicari, di sicuro prima o poi ci pensa la moglie!
RAGAZZA: Allora sarebe un erore, non un illuso
GIUDICE: Eroe o “pio illuso” sono la stessa identica cosa. Due facce della stessa medaglia. Ci si illude che il proprio sacrificio serva a qualcosa…
RAGAZZA: Non è così secondo lei?
GIUDICE: Le cose stanno così, inutile girarci intorno. La corruzione non è soltanto un fenomenosociale, è qualcosa di più profondo: è un cancro che si sviluppa nel sistema nervoso del nostro PAese dove tutti vogliono fare i furbi e prevaricare gli altri. Possiamo cambiare qualcosa, sì certo, ma solo dettagli, sfumature, alla fine il Dio Denaro e l’Egoismo prevalgono sempre.
SCENA VIII
Il Giudice alla ribalta in un monologo a parte. La luce di scena si oscura, resta un fascio su di lui a sottolineare il pensiero interiore. Si ode il mare.
In alternativa può essere realizzato un video che sostituisce il monologo a parte del giudice.
GIUDICE: Il corpo del giovane barbaramente sgozzato giace ai margini della strada di campagna ricoperto di rami e di sterpaglia. Sangue dappertutto. Il poveretto ce ne ha messo di tempo per morire, almeno una ventina di minuti. Una morte iniqua, e poco conta che il colpevole sia già stato assicurato alla giustizia.
Quando iniziai a fare il magistrato avevo appena ventisei anni: una laurea in tasca e nemmeno la più pallida idea di cosa fossero veramente il dolore e la violenza. Ricordo ancora gli occhi pieni di tenerezza dell’impiegata del Tribunale a cui tutto spaesato chiesi cosa dovessi fare per prendere servizio. Il classico giudice ragazzino.
Non immaginavo di quali nefandezze fosse capace l’essere umano, di quanta sofferenza si potesse infliggere al proprio prossimo. Dopo tanti anni trascorsi a rincorrere assassini: stupratorie mafiosi non puoi non cambiare. E purtroppo quasi mai cambi in meglio, perché non è normale abituarsi al tanfo della morte. Sono talmente tante le volte in cui la nera Signora con la Falce mi è passata accanto che non mi sembra neanche più tanto crudele. Danza in tondo la Signora Mietitrice mentre incalzano le zampogne, ma io non la vedo e non la sento quasi più.
Il sogno del Giudice prosegue mentre parte la musica e una canzone di malavita.
Proposta: Malavita Napulitan di Tommi Riccio.
https://www.youtube.com/watch?v=ECqudggCKPo&list=PL_z7BmQmmcPRzt0SvUfDQyeTy3AFIL4hX&index=12
SCENA IX
Entra Lo Russo col vassoio del bar.
LO RUSSO: Permesso?
GIUDICE: Ah, ecco il nostro baldo Lo Russo rapido come una saetta di Zeus con le nostre consumazioni.
LO RUSSO Dottore mi sono permesso di prendere un caffé anche per me. Sa com’è, sto in piedi dalle sei di stamattina e non ho fatto in tempo neppure di mangiare un panino con tutto il trambusto di quest’oggi.
GIUDICE: Già, è stata una giornata difficile oggi, col Processone alle porte. E poi quella rottura di balle del Procuratore che ha alzato la cresta dalla scrivania. Hai trascritto la mia risposta.
LO RUSSO: Già protocollata, dottore. Domani scoppia la bomba.
GIUDICE: Non gli dia retto signorina, a Lo Russo piace scherzare. Semmai si tratta di un mortaretto. Non si fa male nessuno, non si preoccupi, solo perdita di tempo. Ma non startene lì in piedi Lo Russo, siediti un attimo con noi.
LO RUSSO: Grazie dottore.
GIUDICE: Mi dica…
LO RUSSO: Mi dà del lei, dottore?
GIUDICE: Deformazione professionale, la classica formula dell’interrocatoria questo “mi dica”.
LO RUSSO: Mi dica lei, dottore, cosa voleva sapere?
GIUDICE: Tua moglie è felice della vita che fa , sempre col suore in gola per ogni minuto di ritardo?
LO RUSSO: Felice no, ma sa accontentaarsi. Del resto qualche straordinario non guasta col costo della vita oggigiorno.
GIUDICE: A quanto ammonta il tuo stipendio, se non sono indiscreto?
LO RUSSO: Ci mancherebbe! Circa duemila e quattrocento netti straordinari inclusi.
GIUDICE: E bastano per portare avanti la famiglia?
LO RUSSO: Non bastano mai, dottore. E come potrebbero bastare?! Solo di fitto partono ottocento zucchini al mese. Poi quattrocento di salassi per le bollette. La paghetta ai figli, la spesa… Fortuna che mia moglie qualche lavoretto in nero riesce ancora a trovarlo e mio figlio d’estate guadagna qualcosa come spiaggino. Si paga gli studi da solo. Studia legge anche lui.
GIUDICE: Lo so, è un bravo ragazzo, Appena si laurea lo prendo con me, se sarò ancora vivo.
LO RUSSO: Che dice dottore, se dovesse capitarle qualcosa è come se morissimo tutti.
GIUDICE: Grazie Lo Russo. Adesso però per piacere tornatene a casa e non preoccuparti di accompagnarmi. So scendere le scale da solo.
LO RUSSO: Le stanno lavando, attento a non scivolare sul bagnato dottore.
GIUDICE: Sparisci!
Lo Russo esce.
GIUDICE: Ecco il classico esempio di “pia illusione”, di attaccamento al dovere, di fedeltà allo Stato da parte di un suo servitore mal pagato e costantemente in pericolo.
RAGAZZA: Però sembra che Lo Russo più che di attaccamento allo Stato dimostri totale devozione e ammirazione per lei. La venera esattamente come un picciotto farebbe col suo boss.
GIUDICE: Appunto, un pio illuso. Crede che io possa contrastare i boss nella lotta che mi vede dalla parte del bene contro il male. Vagli a spiegare che le cose non sono così e che lui sta ciecamente seguendo un perdente, uno sconfitto in partenza.
RAGAZZA: Per una giusta causa.
GIUDICE: Grazie della precisazione. Ma qui di giustizia assoluta non si può parlare signorina… o dottoressa, non ricordo come la stavo chiamando.
RAGAZZA: Mi chiami pure come vuole. Meglio però semplicemente col mio nome: Laura.
GIUDICE: Ecco Laura, non bisogna essere laureati per capire che tutto è relativo.
RAGAZZA: Tutto proprio tutto? Anche la Verità?
GIUDICE: Anche.
RAGAZZA: Anche la giustizia?
GIUDICE: Soprattutto la giustizia. Sta prendendo appunti?
RAGAZZA: Sì.
GIUDICE: Non voglio essere troppo didascalico o salomonico. Glielo chiedo in camera caritatis: cosa fa della giustizia, secondo lei, una vera giustizia?
RAGAZZA: Sospetto un trabocchetto dialettico. Comunque, rispondo come mi viene: la verità. Senza di essa non può esserci giustizia.
GIUDICE: E qui sta il busillis, cara Laura. Perché per produrre giustizia non basta la verità: occorre la vera verità da cui scaturisce la… coraggio, lo dica lei.
RAGAZZA: La vera giustizia.
GIUDICE: Esattamente.
RAGAZZA: Questa però è filosofia astratta, un sofisma.
GIUDICE: Moca tanto, cara Laura, perché vedi… posso darti del tu?
RAGAZZA: La prego.
GIUDICE: La verità assoluta non esiste. In realtà essa dipende da tante cose, molte variabili che la rendono più o meno verosimile. Ad esempio nel mio lavoro essa è relativa a chi la dice, quando la dice e perché la dice.
RAGAZZA: Mi faccia un esempio.
GIUDICE: Ok. Prendiamo il caso del boss sanguinario reasponsabile di un centinaio di omicidi e del povero bimbo sciolto nell’acido. È tornato da poco in libertà. A piede libero come un fringuello nonostante le atrocità commesse. Deve proprio a queste la ritrovata libertà. Se fosse un ladruncolo di strada, diciamo un piciotto qualunque, un pesce piccolo, marcirebbe ancora in galera. E sai perché?
RAGAZZA: Temo che sia per dirmelo lei.
GIUDICE: Perché la sua verità da quattro soldi non interessa nessuno. Al contrario il boss all’apice della cupola ne ha di cose da spifferare. E spifferando spifferando ottiene sconti di pena. Come puoi constatare esiste una Verità di Serie A che uno può vendersi per salvarsi il culo, scusa l’espressione, e un verità che invece non serve a nessuno e crepi inchiappetato dietro le sbarre. Me la chiami Verità vera o opportunismo questa? E cosa è la Giustizia vera che manda in galera il poveraccio dalla vita sbagliata mentre libera contutti gli onori il capomafia pluriomicida?
RAGAZZA: Si riferisce a Giovanni Brusca?
GIUDICE: Già, era seduto sproprio u quella sedia davanti a me. Una sedia scomoda per chi deve sputare il rospo. Ma di certo non per lui che di rospi ne ha schiacciati a centinaia. Ti interessa sapere? Sono questioni ormai in giudicato, posso parlarne se vuoi.
RAGAZZA: Sono qui per questo.
GIUDICE: Il mio nome è Giovanni Brusca.
RAGAZZA: Come scusi?
GIUDICE: È la prima frase che quel macellaio ha pronunciato accomodandosi senza neppure essere invitato a farlo. Come se avesse voluto dirmi: attento signor Giudice, bada bene con chi stai parlando. Ma procediamo con ordine. Se vuoi puoi anche registare per non perdere i dettagli.
RAGAZZA: Grazie.
Il Giudice si alza, prende dal cassetto un pacchetto di sigarette. Offre alla ragazza.
GIUDICE: Sigaretta?
RAGAZZA: No grazie, ho smesso di fumare.
GIUDICE: Ti disturba se fumo?
RAGAZZA: Assolutamente no.
GIUDICE: Lo dici per educazione, di solito ai fumatori che hanno smesso dà fastidio il fumo degli altri. Ma qui siamo nel mio ufficio e per gentilezza fai finta di niente. Dovrei rinunciare, certo, però a quest’ora della giornata dopo tante ore di lavoro e di concentrazione sulle carte mi serve un po’ di nicotina.
RAGAZZA : Nessun problema.
Il Giudice accende la sigaretta, fa qualche passo come per sgranchirsi le gambe
GIUDICE: Dunque… il 19 settembre il boss di Villaricca Vittorio Vastarella, al secolo Naso ‘e cane, e il figlio Luigi vestono l’abito buono ed escono di casa per recarsi alla Masseria Vallesana dei fratelli Nuvoletta insieme a tre guardiaspalle. L’occasione è di quelle importanti. L’occasione è di quelle importanti: Luigi è stato convocato per essere punciuto, ovvero formalmente affiliato alla Cosa Nostra siciliana, di cui la famiglia mafiosa dei Nuvoletta rappresenta la massima espressione in Campania. Ma giunti alla masseria padre e figlio Vastarella e le tre guardie del corpo vengono trucidati, e i loro corpi dissolti nell’acido. Alle macabre operazioni sovrintende in prima persona Giovanni Brusca, l’esperto in materia appositamente inviato dal boss Totò Riina per assistire e istruire gli alleati napoletani sulla tecnica da eseguire per sciogliere i cadaveri.
RAGAZZA: Fa una certa impressione essere seduta sulla stessa sedia dove è stato questo assassino.
GUDICE: Ci credo. Fa venire i brividi anche a me ripensarci. Insomma, mi ritrovo davanti un uomo dall’aspetto ben diverso da quello che le televisioni di messo mondo avevano mandato in onda il giorno della sua cattura.
RAGAZZA: Che aspetto aveva?
GIUDICE: Dimagrito di circa trenta chili, la barba rada, i capelli corti e un paio di piccoli occhiali rotondi da vista. Più o meno l’aspetto di un geometra, senza offesa per la categoria.
RAGAZZA: Poi che succede?
GIUDICE: Brusca sembra studiarmi con curiosità, la stessa curiosità con cui io osservo lui. L’uomo davanti a me è lo stesso che ha premuto il pulsante del telecomando di Capaci. Forse si sta chiedendo cosa possa volere da lui un magistrato di Napoli. Prima di sedersi, mi porge educatamente la mano e si presenta per nome e cognome, quasi a voler dissipare ogni dubbio sulla sua identità.
SCENA X
Buio. Parte la musica di
Brucia la terra (dal Padrino)
SCENA XI
Ufficio del Giudice. Giovanni Brusca in piedi davanti alla scrivania del Giudice che resta seduto.
BRUSCA: Il mio nome è Giovanni Brusca.
GIUDICE: Sono il Giudice Paolo Itri. Non posso dirle piacere, capirà perché.
BRUSCA: Capisco benissimo. Qual buon o cattivo vento la porta fin qui in Sicilia per interrogarmi?
GIUDICE: Glielo dico tra un attimo. Intanto, prego, si accomodi.
BRUSCA: (sedendosi) Comunque già lo so, signor Giudice. Se viene dalla Campania è per la storia dei due Vastarella accoppati dai Nuvoletta.
GIUDICE: Lei non c’entra niente?
BRUSCA: Sarei ora qui davanti a lei se non c’entrassi?
GIUDICE: Le dispiacerebbe parlarmene?
BRUSCA: Dispiacermi? E perché mai? Sono imputato e confesso tanti di quei delitti che uno o due in più o in meno non mi fanno né caldlìo né freddo, anzi aumentano il… come si dice nello sport? Ah sì, il mio ranking a livello mondiale.
GIUDICE: Parli dunque senza dire tante cazzate.
BRUSCA: Ebbene, la morte di Vittorio Vastarella e del figlio viene decretata in quanto i due sono sospettati di essersi legati ad Antonio Bardellino. Il mio intervento è stato richiesto perché si è stabilito che i cadaveri della vittime debbano essere sciolti nell’acido, operazione di cui io sono per chiara fama un esporto.
GIUDICE: C’è poco da vantarsi signor Brusca. Ma la prego, continui.
BRUSCA: Parto in aereo da palermo alla volta della Campania. Il giorno successivo, i Vastarella e le altre tre vittime giungono presso òa tenuta dei Nuvoletta a bordo di un furgone, vestiti di tuto punto in gicca e cravatta. Pensavano di andare ad una festa, e si sono ritrovati al loro funerale.
GIUDICE: Per piacere non faccia lo spiritoso su dei poveri morti.
BRUSCA: Gira che ti rigira dopo i convenevoli d’uso, baci e abbracci più traditori delle coltellate, vengono condotti nella stalla dei cavalli dove ad attenderla ci sono io con i sicari. Cervhiamo di strangolarli, ma nella lotta disperata il figlio di Vastarella riesce per un attimo ad impadronirsi di una pistola del killer dalla quale parte un colpo che mi ferisce di striscio alla mano e stacca un dito di netto ad Angelo Nuvoletta. Alla fine riusciamo ad accopparli.
GIUDICE: E qui…
BRUSCA: E qui tocca nuovamente a me. Avevo fatto preparare 100 litri di acido distribuiti in due diversi contenitori metallici da 200 litri ciascuno, normalmente destinati alla conservazione dell’olio e che erano stati tagliati nella parte superiore per infilarci dentro i corpi.
Buio.
SCENA XII
Dopo un breve stacoi musicale, torna luce nell’ufficio del Giudice. Seduta davanti a lui ora però c’è di nuovo la Ragazza.
GIUDICE: La prima domanda è volutamente generica: mi serve per sondare la disponibilità del dichiarante e approfondire le varie tematiche che verranno a galla durante l’interrogatorio. Brusca comincia a parlare. L’inflessione siciliana si avverte, ma meno di quanto si possa pensare. Brusca è un uomo intelligente. L’eloquio è chiaro e scorrevole, quasi non mi fa terminare le domande che ha già capito dove voglio andare a parare. Si vede che è un uomo abituato a comandare, uno capace di elaborare strategie anche a lungo termine. Un vero boss.
Buio.
SCENA XIII
Dopo un altro breve stacco musicale torna la scne in flash back del’interrogatorio di Brusca che ora ha preso di nuovo posto davanti al Giudice.
GIUDICE: Quale era il ruolo di Riina all’interno dell’organizzazione all’epoca della strage dei Vastarella?
BRUSCA: Mi offre prima una sigaretta, signor Giudice.
GIUDICE: Prego… (gli allunga un pacchetto di sigarette)
BRUSCA: Il fumo uccide sta scritto sul pacchetto. Ma uccidono tante altre cose…
GIUDICE: Lei ne sa qualcosa, nevvero?
BRUSCA: Modestamente nel mio piccolo…
GIUDICE: Andiamo avanti.
BRUSCA: All’epoca Riina rivestiva già il ruolo di caporegione siciliana di Cosa Nostra. Egli pertanto era già sia formalmente che sostanzialmente l’indiscusso capo dei capi. Tale ruolo gli era stato attribuito tra la fine del 1982 e i primi del 1983 con la sistemazione dei mandamenti e l’assegnazione dei ruoli di vertice dell’organizzazione. Riina però, sia chiaro, aveva già di fatto assunto il ruolo di capo a seguito dell’omicidio di Stefano Bontade, nella Pasqua 1981.
GIUDICE: È in grado di riferire le circostanze in cui le fu dato l’ordine di procedere all’omicidio dei Vastarella?
BRUSCA: Devo premettere vhe all’epoca Riina era latitante e viveva a San Giuseppe Jato in una specie di caseggiato di campagna. Alcuni giorni prima dell’omicidio si tenne una riunione a cui eravamo presenti io, Riina e un altro paio di affiliati, nel corso della quale si disse che Vastarella era un doppiogiochista ovvero “infiltrato” del gruppo Bardellino, avversario dei Corleonesi. All’epoca in cui avenne la riunione era già avvenuto l’omicidio di Ciro Nuvoletta, che noi avevamo interpretato come un atto di guerra di Bardellino contro noi corleonesi. Tenga presente che Bardellino era alleato della cosiddetta “mafia perdente”, tanto è vero che nel corso della riunione noi facemmo anche delle ipotesi sul fatto che all’omicidio del Nuvoletta aveva partecipato qualche mafioso siciliano notsro avversario. Noi, d’altronde, sapevamo bene degli stretti rapporti esistenti tra Bardellino e Tommaso Buscetta, e in genere il gruppo Bontade-Badalamenti.
GIUDICE: Può essere più preciso sui dettagli della riunione?
BRUSCA: Ricordo che ci fu detto che i Vastarella padre e figlio sarebbero stati attirati nella masseria dei Nuvoletta con il pretesto di affiliarli a Cosa Nostra, tanto che, per rendere il tutto ancora più credibile, gli era stata anche preannunciata la presenza di capimafia siciliani. Si parlò di ammazarli entrambi per evitare futuri problemi.
GIUDICE: Quali erano i rapporti tra voi corleonesi e il gruppo di Antonio Bardellino?
Brusca resta in silenzio per alcuni istanti, si accende un’altra sigaretta.
BRUSCA: Qui sta scritto che il fumo uccide, signor Giudice.
GIUDICE: Il fumo ha anche un’altra funzione, quella di non fare vedere con chiarezza le cose come sono e i fatti come stanno. Per questo glielo sto chiedendo.
BRUSCA: (dopo una pausa) Ebbene, In base ai discorsi che faceva anche mio padre Bernardo, i contrasti tra Riina e Bardellino risalivano già al 1979-80, ossia all’epoca in cui la guerra di mafia non era ancora ufficialmente scoppiata, pur essendo già avvenuto, alla fine del 1978, l’omicidio del mafioso Giuseppe Di Cristina. Ricordo infatti che sia prima che dopo l’omicidio dei Vastarella, Riina si lamentava in continuazione per il fatto che nonostante le sue sollecitazioni i NUvoletta si erano rifiutati di ammazzare subito Bardellino.
GIUDICE: Ora il quadro mi è più chiaro.
BRUSCA: Bene, signor Giudice, ora posso tornarmene dietro le sbarre adesso?
GIUDICE: Ha fretta di vedere il mondo a scacchi? Dovrà farci l’abitudine per un bel po’.
BRUSCA: Poco male. Si sta al fresco tra quelle mura. E a me non mi tocca nessuno.
GIUDICE: Ci credo subito.
BRUSCA: Piuttosto dottore non se ne fumi troppe di sigarette, ricordi sempre che il fumo uccide.
GIUDICE: Vero è che io ho due nemici, le sigarette dell’Uomo Marlboro e la mafia di Corleone.
BRUSCA: Dottore, non scherziamo vedo che è di buon umore, ma guardi che con “quello” c’è poco da scherzare, Lei questo lo sa, non è vero?
GIUDICE: Quello chi? Si riferisce forse all’Uomo Marlboro?
BRUSCA: Parlo di Totò Riina, dottore, non si fidi. È pericoloso come un serpente e ha nfiltrati dovunque.
GIUDICE: Anche qui dentro?
BRUSCA: Soprattutto qui dentro. È Pericoloso come un serpente velenoso.
GIUDICE: Non resta allora che schiacciargli la testa come San Michele Arcangelo.
BRUSCA: Sì ma lei non ha santi in paradiso.
GIUDICE: Cosa intende dire, c’è qualcosa di cui dovrei preoccuparmi.
BRUSCA: Non lo so. Credo di no, per ora. Perché “lui” non la conosce ancora. Ma se per qualunque ragione dovesse farsi l’idea che si accanisce contro di lui, o ch ecrca di fare carriera alle sue spalle, le consiglio stare in guardia.
GIUDICE: Non si preoccupi per me, sono pronto. Sono sempre stato pronto. Non ho paura, per meglio dire non ho più paura di nessuno.
BRUSCA: Per questo è ancora vivo, dottore. Perché anche se siamo in guerra noi la rispettiamo.
GIUDICE: Ah sì? Per il mio coraggio? Mi faccia il piacere…
BRUSCA: Non è un assurdo, tutt’altrp. Perché se non ci fosse lei a starci col fiato addosso, se fosse facile esser un mafioso, vendere droga, commerciare armi, estorcere, ricattarae, mi sa dire lei che fine farebbero i prezzi, dico se avessimo la strada spianata, una sorta di malavita legalizata, i nostri affari finirebbero in cantina. Lei signor Giudice ci fa guadagnare, ci fa comodo tutto sommato. Falliremmo senza di lei. Però non bisogna mai avvicinarsi troppo all’osso, c’è il rischio che un bravo Giudice come lei si rompa i denti. Le auguro buona salute, dottore.
GIUDICE: (liquidandolo con un gesto della mano per chiamare la scorta che viene a riprenderselo) Arrivederci signor Brusca. Buon rientro in gabbia.
Stacco musicale, buio.
SCENA XIV
Il Giudice alla ribalta in un monologo a parte. La luce di scena si oscura, resta un fascio su di lui a sottolineare il pensiero interiore. Si ode il mare.
In alternativa può essere realizzato un video che sostituisce il monologo a parte del giudice.
GIUDICE: Il vigliacco mi prende alle spalle, sento la stretta al collo e la canna della pistola che mi preme sul fianco. Chiudo gli occhi e mi domando perché debba finire tutto in questo modo.
Sempre come nel sogno compaiono illuminati da un “occhio di bue” il Procuratore e il Magistrato.
PROCURATORE: Maleducato arrogante.
MAGISTRATO: Non serve invocare i veleni del palazzo. Qui l’unico veleno sei tu.
PROCURATORE: Non sei Falcone e neppure Borsellino.
MAGISTRATO: Solo un cane sciolto che si arrabbatta e fa lo scaricabarile.
PROCURATORE: Sulle spalle degli altri.
Si sente un colpo forte come di chi sbatte violentemente il pugno sulla scrivania.
VOCE FUORI CAMPO: Basta, nel mio ufficio non tollero queste diatribe. La lettera inviata al Giudice, signoro Procuratore aggiunto, è inaccettabile nei toni e nei contenuti. Quindi chieda immediatamente scusa, sempre che il signor Giudice non decida di querelarla. Ha capito bene?
Di nuovo un colpo forte sulla scrivania, questa volta assordante.
I tre personaggi svaniscono:
GIUDICE: Il botto è forte e mi rintrona nelle orecchie. Mi sveglio di soprassalto alle prime ore del mattino. Il battente della finestra sbatte con violenza, spinto da un forte vento di scirocco. Dolorante e madido di sudore mi alzo dal letto. Mi assale un vago senso di inquietudine. Il risveglio è il momento più difficile, ti vengono i pensieri peggiori. Mi accendo una sigaretta mentre preparo il caffè. Il mio nemico senza nome non l’h a avuta vinta finora e non l’avrà vinta nemmeno adesso, almeno non con questo mare che scuote i sassi sotto la mia camera da letto. Prendo un paio di compresse per scacciare il fastidio e i cattivi pensieri: mentre mi preparo all’ennesima giornata fatta di gente che fa a gara a chi ti rompe di più le scatole, lo sport nazionale del paese. Un paese dove i furbi e i mediocri vengono premiati con la medaglia d’oro, mentre la gente in gamba e perbene lo prende sempre a quel servizio. Un paese dove se vuoi diventare primario di un ospedale, professore universitario o capo di un ufficio giudiziario basta che ti fai mettere il cappello in testa e vai a farti raccomandare dal potente di turno, tanto se sei uno capace o un deficiente è la stessa cosa.
SCENA XV
La ragazza col Giudice.
GIUDICE: Penso che ora lei abbia sufficiente materiale per il suo articolo.
RAGAZZA: Sì, la ringrazio. Ma c’è un’ultima cosa che vorrei chiederle.
GIUDICE: Nelle interviste c’è sempre l’ultima domanda, come negli interrogatori. Ed è puntualmente la domanda più pericolosa e sulla quale l’interrogato o nel mio caso l’intervistato rischia di scivolare. Comunque sia, coraggio, spari la sua ultima cartuccia.
RAGAZZA: Vorrei sapere se lei ha incubi, rimorsi, visioni, angosce…
GIUDICE: Ecco, proprio come dicevo: lei vuol farmi cadere come una pera cotta. Qui infatti rischio di dire una sciocchezza, qualcosa di troppo intimo, privato, e domani mi ritrovo un titolone a caratteri cubitali, magari anche poco veritieri, tipo “Il Giudice Tal dei Tali soffre di pulsioni notturne”. Oppure: “Tutti i fantasmi del Giudice”.
RAGAZZA: No, le assicuro che lo scopo non è questo. Vorrei solo riuscire ad umanizzarla. La gente la considera una specie di macchina della giustizia, ma sotto questa corazza, sotto questa carrozzeria che la rende una specie di Divinità della Bilancia del Giusto, di un Arcangelo Gabriele nella perenne lotta contro il Maligno, scommetto che albergano sentimenti, paure, passioni. Ecco comunciamo da lì.
GIUDICE: Due passioni posso pure dirgliele: la squadra del Napoli e la mozzarella di bufala. Sono un tifoso accanito e un ghiottone di latticini. Vuol sapere altro?
RAGAZZA: Paure?
GIUDICE: Idem come sopra: paura che il Napoli perda e che finisca la mozzarella di bufala dal mio rivenditore.
RAGAZZA: Sentimenti?
GIUDICE: Della mia vita sentimentale non posso parlare, metteri in pericolo i miei cari.
RAGAZZA: Capisco.
GIUDICE: Era l’ultima domanda?
RAGAZZA: Ancora una cosa: i fantasmi?
GIUDICE: Li vedo ogni notte, mi vengono a cercare come i sei personaggi di Pirandello. Mi tirano le lenzuola, mi fanno il solletico sotto ai piedi, mi chiamano…
RAGAZZA: E che cosa vogliono da lei?
GIUDICE: La Giustizia che non sempre riesco a dare a tutti.
SCENA XVI
Alcuni personaggi delle storie del Giudice si avvicinano lentamente da tutte la parti alla scrivania. Sono feriti e sanguinanti. Tuttavia per esigenze di produzioni possono essere anche Voci fuori Campo.
GIUDICE: (guardando i documenti) Qui ci sono nomi, crimini, colpe… Ma dove sono le prove di una giustizia che possa ridare vita a ciò che è andato perduto?
FANTASMA di Marta: (avanzando) Giudice, noi siamo le prove. I nostri nomi sono nella vostra memoria, ma le nostre storie sono ancora sepolte nel silenzio.
GIUDICE: (guardando con sorpresa) Chi siete? Ombre che ritornano per chiedere giustizia, ma non ho il potere di ridarvi vita!
FANTASMA di Alessandro: (con voce profonda) Non cerchiamo la vita, Giudice, ma riconoscimento. Le nostre morti non possono passare inosservate.
FANTASMA di Laura: (porgendo una mano tesa) Le cicatrici che portiamo non guariscono nel mondo dell’indifferenza. Vogliamo che le nostre storie vengano ascoltate.
GIUDICE: (agitando la testa) I giudizi e le sentenze non possono restituire ciò che avete perso. La giustizia è un’illusione…
FANTASMA di Marco: (interrompendo) Un’illusione? No, Giudice! È un diritto. I nostri nomi devono risuonare oltre il vostro silenzio. Siamo caduti perché nessuno ha ascoltato i nostri gridi.
GIUDICE: Ma di quante ingiustizie siete portatori? Le aule sono sovraccariche, la verità è sfuggente. Quale giustizia posso offrirvi?
FANTASMA di Sara: (con voce calma ma ferma) Ogni ingiustizia, ogni vita spezzata merita di essere giudicata con scrupolo. Non chiediamo vendetta, ma verità.
FANTASMA di Marta: (indicando il Giudice) È il vostro compito. Dobbiamo essere visti, ascoltati. Le vostre sentenze non possono riportarci indietro, ma possono cambiare il futuro.
GIUDICE: (visibilmente agitato) Non posso promettere ciò che non posso mantenere. Molti altri si sono presentati, molte storie da raccontare… Le parole non pongono fine al dolore.
FANTASMA di Alessandro: (avanzando con determinazione) Allora, Giudice, cosa faremo? Resteremo qui, intrappolati tra il nostro passato e la vostra indifferenza?
GIUDICE: (sospira, guardando il loro tormento) Cosa posso fare, se non ascoltarvi? Diteci le vostre storie, una ad una, e farò in modo che le vostre voci non si spengano.
FANTASMA di Marco: (con un sorriso malinconico) È tutto ciò che chiediamo. La forza della verità può cambiare le cose, anche nel ventre di questa giustizia strozzata.
FANTASMA di Laura: (prendendo la mano degli altri) Insieme possiamo commemorare. Insieme possiamo lottare per la giustizia che ci è stata negata.
GIUDICE: (rivolgendosi a tutti) Se le vostre storie vivranno nelle mie sentenze, allora sarà un inizio. Parlate, e che il mondo ascolti.
La scena si chiude con i fantasmi che cominciano a raccontare le loro storie, mentre il Giudice si china con attenzione, pronto a registrare ogni parola, ogni pianto e ogni speranza.
TUTTI: Giustizia, verità. Faccia qualcosa, faccia qualcosa – FACCIA QUALCOSA!
Il Giudice si alza di scatto mette le mani alle tempi e e urla.
MUSICA OSSESSIVA
LA BOMBA!
Si ode una forte devastante esplosione. Buio.
CANZONE: I CENTO PASSI (Modena City Rumblers)
SCENA XVII
La scena devastata dall’esplosione. In piedi ai lati opposti del palco illuminati da un occhio di bue alternato il Giudice e la Ragazza.
RAGAZZA: Alle ore 12.55 del 23 dicembre 1984 il treno rapido 904 parte dal binario numero 11 dalla stazione di Napoli Centrale con destinazione Milano. Alle 19.08 nella galleria appenninica subito dopo la stazione di Vernio, al chilometro 44.500 da Firenze, all’interno di una delle carrozze avviene una spaventosa esplosione. La violenza e gli effetti dell’esplosione vengono notevolmente amplificati per il fatto di essere avvenuta all’interno della galleria. Delle seicento persone sul convoglio 16 perdono la vita e altre 267 persone subiscono lesione di varia gravità.
Luce out su Ragazza, luce in sul Giudice.
GIUDICE: IL primo processo sulla strage del rapido 904 viene istruito dal procuratore Vigna una storia di intrecci tra camorra napoletana, mafia siciliana, estremismo di destra e banda della Magliana.
Luce out su Giudice , luce in sulla Ragazza.
RAGAZZA: La Mafia doveva compiere un gesto clamoroso per distogliere da essa l’attenzione degli inquirenti sulle inchieste in corso.
Buio
SCENA XVIII
Sala interrogatorio.
Il Giudice seduto. Entra Brusca.
BRUSCA: Ah, è lei dottore. Di nuovo, Viene a farmi un po’ di compagnia? Che altro vuole sapere? Dove sono le chiave del paradiso o le porte dell’inferno?
GIUDICE: Il paradiso è troppo in alto per me e l’inferno troppo caldo. Mi accontento di questo purgatorio
BRUSCA: Purghiamoci allora insieme.
GIUDICE: Durante le udienze del maxiprocesso del 1986 lei era a piede libero ma poté avvicinarsi alla gabbia dove erano chiusi boss mafiosi come Pippo Calò che era già nel mirino della Procura di Firenze per la strage del Rapido 904. Parliamo di questo. Cosa le disse?
BRUSCA: Dire? Quello non dice, comanda. E quando parla fa come Paganini, non ripete.
GIUDICE: Dunque cosa le ordinò di fare?
BRUSCA: Di chiedere a Totò Riina di far sparire un certo quantitativo di esplosivo dall’arsenale segreto dell’organizzazione.
GIUDICE: Ma perché Calò avanza una tale richiesta al Capo dei Capi?
BRUSCA: Ovvio dottore, perché i magistrati di Firenze avevano individuato la provenienza dell’esplosivo e così sarebbero potuti risalire a lui ed incastrarlo per la strage del treno.
Luce in su Ragazza.
RAGAZZA: Il fatto che tale richiesta, proveniente da Calò, fosse indirizzata non ad un mafioso qualsiasi, ma proprio a Riina, capo indiscusso di Cosa Nostra, era una semplice coincidenza oppure poteva significare che il boss di Corleone fosse a conoscenza e quindi in qualche modo coinvolto nella strage?
Luce out su Ragazza.
BRUSCA: Feci il mio dovere, girai a Riina la richiesta di Calò.
GIUDICE: E come la prese il Capo dei Capi?
BRUSCA: Con un sorrisetto ironico. Mi disse di riferire a Calò di stare tranquillo, in quanto non vi era a suo giudizio alcun motivo di far sparire l’esplosivo o di spostarlo da dove si trovava.
GIUDICE: Lei però ha dichiarato che entrambi gli arsenali, ossia quello di Calò utilizzato per la strage. e quello di Cosa Nostra, avevano la stessa provenienza.
BRUSCA: Il fatto che i due arsenali avessero la medesima provenienza è un fatto di cui sono certo, anche perché io stesso fui presente quando la partita di armi ed esplosivi venne ripartita tra le diverse famiglie. L’operazione venne eseguita tra il 1982 e il 1983 in un deposito di ferro in località Pagliarelli. Il materiale era costituito da un certo numero di mine anticarro, kalashnikov, bazooka e un grossa partita di esplosivo..
Luce in su Ragazza.
RAGAZZA: Nel 1996 l’arsenale di San Giuseppe Jato viene rinvenuto dalle forse dell’ordine in contrada Ciambascio in base alla soffiata di Giovanni Brusca. Insieme a questo materiale la polizia trovò anche dei congegni elettronici comandi a distanza per innescare l’esplosione procurati nel periodo delle stragi destinati a eventuali attentati.
Luce out su Ragazza.
GIUDICE: Esattamente ciò che Pippo Calò voleva evitare.
BRUSCA: Appunto.
GIUDICE: E l’organizzazione non si allarmò degli sviluppi dell’indagine.
BRUSCA: Dottore, lei dovrebbe sapere che più polvere si solleva più si annebbia la vista. Lo scopo è sempre di far entrare nell’inchiesta pizza e fichi, cavoli a merenda, poteri di sopra e q di sotto, insomma tutti insieme appassionatamente come recita il titolo di un film. Tutti colpevoli e coinvolti, mafia, ‘ndrangheta, banda della Magliana, servizi segreti, neofascisti, e se del caso politici di alto livello, sa a chi mi riferisco, alla fine tutti innocenti o assolti col dubbio o per prescrizione. Tutti prescritti, signor Giudice. Il vostro è un lavoro di Sisifo, più scoprite e meno riuscite a chiudere il cerchio. E se poi malauguratamente ci riuscite, boom … è già pronta la bomba a voi intestata
Luce in sulla Ragazza.
RAGAZZA: L‘ipotesi è che la strage del rapido 904 si inserì nella strategia stragista dell‘ala dei Corleonesi di Cosa Nostra per condizionare gli esiti del maxiprocesso esercitando ogni possibile forma di pressione sullo Stato anche con atti di violenza indiscriminata anche in collegamento con organizzazioni eversive neofasciste.
Luce aut su Ragazza. Luce in su Brusca.
BRUSCA: A buon rendere, dottore. E ricordi sempre quello che c‘è scritto sul pacchetto di sigarette: il fumo uccide. E annebbia la vista.
GIUDICE: Io ci vedo benissimo.
BRUSCA: Non è l’occhio, ma il naso a fotterla, dotttore.
GIUDICE: In che senso?
BRUSCA: Lei sente puzza di fumo e va in cerca dell’arrosto che nel frattempo s’è bruciato, carbonizzato. Anzi volatilizzato! Non si scotti anche lei, mi raccomando, fumi di meno se ci tiene alla salute… e alla vita.
GIUDICE: Ci tengo eccome alla mia pelle, ma a differenza di lei anche a quella degli altri.
BRUSCA: E questo le fa onore. Però mi permetta di osservare che anche io a modo mio amministro giustizia. Secondo il mio codice che è diverso dal suo.
GIUDICE: Opposto al mio direi.
BRUSCA: Epperò alla fine esercitiamo due tipi di potere opposti, ma convergenti, con gli stessi mezzi violenti: coi fucili. Debbo ricordarle le stragi qui al Sud perpetrate in nome dei Piemontesi a cavallo?
GIUDICE: Va troppo indietro nel tempo per i miei gusti. Sinceramente ho altro da fare che ripercorrere la storia d’Italia.
BRUSCA: Allora le auguro buon lavoro, dottore.
GIUDICE: Stia bene. (Fa cenno alla scorta di condurlo via).
Buio, musica.
SCENA XIX
Il Giudice solo in ufficio raccoglie le carte, svuota i cassetti riponendo vari oggetti in uno scatolone.
GIUDICE: Lo Russo…. Lo Russo!
LO RUSSO: Comandi, dottore.
GIUDICE: Qui dentro fa un caldo insopportabile. Sono un bagno di sudore.
LO RUSSO: L’aria condizionata non funziona. Ho avvertito già da ieri la squadra dei tecnici, ma non si è visto ancora nessuno.
GIUDICE: Ma che dicono i colleghi negli altri uffici? Gli piace fare la sauna in piena estate?
LO RUSSO: Veramente negli altri uffici l’aria condizionata funziona benissimo.
GIUDICE: Si è rotta solo da me?
LO RUSSO: A quanto pare…
GIUDICE: Capisco, non vedono l’ora che mi tolga dalle balle.
LO RUSSO: Sospetta un guasto premeditato?
GIUDICE: Quanti uffici ci sono nel Monolite? Un centinaio? E doveva guastarsi il condizionatore proprio nel mio? E i tecnici non si vedono? Ripeto, prima me ne vado più sono contenti di avermi fuori dai coglioni.
LO RUSSO: Io no, dottore. Lei mi mancherà moltissimo.
GIUDICE: Lo so, Lo Russo, lo so. Sei stato un ottimo collaboratore e anche un amico, una spalla su cui piangere nei momenti difficili. E ce ne sono stati, amico mio.
LO RUSSO: Eccome se ci sono stati. Per esempio quando il Procuratore generale voleva farle le scarpe. Per fortuna che il Capo la stimava tantissimo e ha preso le sue difese.
GIUDICE: Comunque è finita.
LO RUSSO: Comunque è finita bene, sono contento per lei.
GIUDICE: Bene in che senso, scusa?
LO RUSSO: Ha ottenuto la promozione.
GIUDICE: Come recita il motto latino: promoveatur ut amoveatur. Ti concedono una scrivania più grande, un condizionatore funzionante, una bella finestra su un parco pubblico, magari un’assistente in minigonna da capogiro al posto del buzzurro Lo Russo; nel frattempo ti scippano le inchieste cui hai dedicato anni di vita proprio quando stavi per effettuare arresti eccellenti.
LO RUSSO: Allora la promozione è una fregatura.
GIUDICE: E che, ti regalano mai niente? (fa per alzare la scatola)
LO RUSSO: Aspetti, l’aiuto io.
GIUDICE: Lascia, ce la faccio da solo. Devi farmi solo un grande piacere.
LO RUSSO: Comandi, dottore.
GIUDICE: Non è un ordine, non sono più il tuo capo. Ti chiedo solo il piacere di far trovare al mio sostituto questa cartellina rossa sulla scrivania. E’ l’ultima indagine che stavo per chiudere, roba seria, mi raccomando. Potrebbe portare addirittura ad una crisi di governo, c’è di mezzo un ministro.
LO RUSSO: Come se fosse scritta col mio sangue, dottore. Grazie della fiducia.
GIUDICE: Allora, se passi da Roma fammi un colpo di telefono, andiamo a mangiarci una pizza insieme.
LO RUSSO: Eh che pizza e pizza dottore! La pizza la mangio qui a Napoli, casomai una carbonara!
GIUDICE: Vada per la carbonara.
Escono insieme parlottando.
Buio.
SCENA XX
Entrano il Procuratore e il Magistrato.
PROCURATORE: Finalmente si respira.
MAGISTRATO: Fa un po’ caldo in questa stanza.
PROCURATORE: Non preoccuparti, il condizionatore ha magicamente ripreso a funzionare.
MAGISTRATO: (divertito) Magicamente?
PROCURATORE: Si fa quel che si può, amico mio.
MAGISTRATO: Ah ecco, già si sente l’aria più fresca.
PROCURATORE: Già, prima era appestata dalla presenza di quel cane sciolto che voleva fare a cazzotti col mondo. Andava contro i mulini a vento, come Don Chisciotte.
MAGISTRATO: Comunque ha ottenuto una promozione.
PROCURATORE: Però in un posto dove non può più far danni.
MAGISTRATO: Il problema è che quando si inizia non si sa mai dove si va a finire. Ed uno magari si intestardisce nella ricerca della verità.
PROCURATORE: Basta riferire sempre tutto a me. Io conosco vita, morte e miracoli di cani e porci, non mi sfugge niente e nessuno. Spero caro collega che la tua gioventù non ti porti a strafare, fidati piuttosto della mia ultradecennale esperienza e lasciati guidare nei porti di mare come un rimorchiatore traina in sicurezza una nave durante la tempesta.
MAGISTRATO: Sono animato dal massimo spirito collaborativo.
PROCURATORE: Bene, molto, bene anzi benissimo. Andremo sicuramente d’accordo.
Il Magistrato si avvicina alla scrivania, nota la cartellina rossa lasciata dal Giudice.
MAGISTRATO: Questa deve avermela lasciata lui. (sfoglia) A che pro? Che vuole che faccia?
PROCURATORE: Che dice? Che scrive?
MAGISTRATO: Mafia, poteri politici, ministro colluso…
PROCURATORE: Madonna mia, quel pazzo marchia il territorio come un cane infojato.
MAGISTRATO: Che faccio con questa?
PROCURATORE: La cosa più semplice ed ovvia da farsi se vuoi pararti il culo: questa!
Getta la cartellina rossa nel cestino.
Risata di entrambi.
Musica. Buio.
SCENA XXI
La Ragazza e il Giudice attraversano la sala tra il pubblico come se stessero uscendo dal Monolite.
RAGAZZA: Ora cosa pensa di fare? Dove andrà?
GIUDICE: Non so ancora. Quando ho capito che per me l’aria nel Monolite si stava facendo irrespirabile e carica di veleni, ho cominciato a fare domanda di trasferimento per qualche incarico direttivo o semidirettivo, come procuratore o procuratore aggiunto di qualche media e piccola Procura, e anche come sostituto procuratore nazionale antimafia.
RAGAZZA: Risultato?
GIUDICE: Tutte respinte dal CSM che ha puntualmente preferito candidati con un curriculum… lasciamo perdere.
RAGAZZA: No, la prego, mi dica.
GIUDICE: Ma questo non lo scriva. Diciamo con curriculum oggettivamente, uso un eufemismo, non paragonabile al mio, a volta addirittura più giovani di me. Tutto qui.
RAGAZZA: Mi dispiace.
GIUDICE: Così va il mondo, ragazza mia.
RAGAZZA: Così va l’Italia, signor Giudice.
GIUDICE: Appunto. Dopo essermi rovinato la salute e aver rischiato la vita per far arrestare e condannare centinaia di camorristi, trafficanti di ogni genere e decine di colletti bianchi per reati di mafia e tangenti, alla fine mi vedo sopravanzare da certi colleghi il cui maggior merito scopro quello di aver fatto parte di qualche Consiglio giudiziario o di aver partecipato a questo o a quel convegno.
RAGAZZA: Che schifo.
GIUDICE: Già. Come è piccola questa Italietta di furbetti e mammasantissima. E quanto grande è il disgusto per questo sistema a cui nessuno vuol mettere mano. A volte mi viene perfino il dubbio di aver pestato i piedi a qualcuno di troppo.
RAGAZZA: Il dubbio?
GIUDICE: No, la certezza. Lo scriva.
RAGAZZA: Posso davvero?
GIUDICE: Certamente. Del resto è la pura e sacrosanta verità.
Il Giudice si allontana lentamente, mentre la Ragazza è ferma a prendere appunti sul taccuino. All’improvviso il Giudice si ferma:
GIUDICE: E ora eccomi qua, a guardare questo tramonto in riva al mare che arde come il fuoco, che urla come un’anima dannata in cerca di Giustizia.
Buio.
Musica.
Povera Italia di Franco Battiato.


