Berlino, 21 febbraio 2026 — Si è conclusa la 76ª edizione della Berlinale, il Festival
Internazionale del Cinema di Berlino, svoltasi dal 12 al 22 febbraio 2026. Dieci giorni intensi, a tratti turbolenti, nei quali il cinema d’autore ha convissuto — non sempre in armonia — con il dibattito geopolitico più acceso degli ultimi anni.
L’Orso d’Oro va a Yellow Letters di İlker Çatak
Il premio più ambito del festival, l’Orso d’Oro per il Miglior Film, è andato a Gelbe Briefe
(Yellow Letters) del regista turco-tedesco İlker Çatak, già noto al grande pubblico per il suo
precedente La Sala Professori (The Teacher’s Lounge), candidato all’Oscar. Il film racconta
la storia di una celebre coppia di artisti di Ankara — lui regista, lei attrice — che, dopo un
incidente durante la première del loro nuovo spettacolo, si ritrovano improvvisamente messi al bando dalle autorità a causa delle loro opinioni politiche.
Una storia di censura e sopraffazione che ha convinto pienamente la giuria internazionale,
presieduta dal regista tedesco Wim Wenders. Nel presentare il premio, Wenders ha definito
il film «una premonizione terrificante, uno sguardo nel prossimo futuro che potrebbe
accadere anche nei nostri Paesi». «Questo film parla con chiarezza del linguaggio politico
del totalitarismo contrapposto al linguaggio empatico del cinema», ha aggiunto il presidente di giuria. Vale la pena ricordare che si tratta del primo film tedesco a vincere l’Orso d’Oro in 22 anni, dai tempi di Va’ e vedi il tuo cuore di Fatih Akin nel 2004.
Tutti i premi principali
Orso d’Oro per il Miglior Film Yellow Letters — İlker Çatak
Orso d’Argento – Gran Premio della Giuria Salvation — Emin Alper
Orso d’Argento – Premio della Giuria Queen at Sea — Lance Hammer
Orso d’Argento per la Miglior Regia Grant Gee per Everybody Digs Bill Evans
Orso d’Argento per la Miglior Interpretazione Protagonista Sandra Hüller per Rose diMarkus Schleinzer
Orso d’Argento per la Miglior Interpretazione Non Protagonista Anna Calder-Marshall e
Tom Courtenay per Queen at Sea
Orso d’Argento per la Miglior Sceneggiatura Geneviève Dulude-de Celles per Nina Roza
Orso d’Argento per il Contributo Artistico Eccezionale Anna Fitch e Banker White per Yo
(Love Is a Rebellious Bird)
Premio Berlinale per il Miglior Documentario Traces — Alisa Kovalenko e Marysia Nikitiuk
Miglior Primo Film (sezione Perspectives) Chronicles from the Siege — Abdallah Alkhatib
Sandra Hüller di nuovo protagonista
Tra i riconoscimenti individuali, spicca quello assegnato a Sandra Hüller, premiata per la
sua interpretazione in Rose, dramma in bianco e nero diretto da Markus Schleinzer,
ambientato nella Germania rurale del XVII secolo. Il film racconta la storia di una donna che si spaccia per un uomo per sfuggire alle oppressioni del patriarcato. Una performance
intensa e stratificata, considerata da molti tra le più potenti dell’intera edizione.
L’apertura: Michelle Yeoh onorata con l’Orso d’Oro alla carriera
La cerimonia inaugurale aveva già segnato un momento importante: l’attrice malese
Michelle Yeoh, premio Oscar per Everything Everywhere All at Once, ha ricevuto l’Orso
d’Oro alla carriera, consegnatole da nientemeno che Sean Baker, regista vincitore della
Palma d’Oro a Cannes nel 2024. Il festival si è aperto con il film No Good Men della regista
afghano-tedesca Shahrbanoo Sadat.
Un’edizione segnata dalla politica
Ma sarebbe riduttivo raccontare questa Berlinale parlando solo dei film. L’edizione 2026 è
stata attraversata da polemiche e tensioni geopolitiche che hanno dominato conferenze
stampa, cerimonie e social media. Al centro del dibattito: la risposta del festival alla crisi
umanitaria in corso a Gaza e in Palestina, e il confronto con la posizione del governo
tedesco.
Fin dalle prime ore, Wim Wenders è finito nel mirino delle critiche dopo aver dichiarato chela giuria «deve restare fuori dalla politica». La risposta non si è fatta attendere: registi e
personalità del calibro di Mike Leigh, Tilda Swinton, Javier Bardem e Mark Ruffalo hanno
firmato una lettera aperta criticando il silenzio della Berlinale sul conflitto a Gaza.
La cerimonia di chiusura si è trasformata in un palco di denunce politiche. Numerosi vincitori delle sezioni parallele — tra cui il regista palestinese-siriano Abdallah Alkhatib, premiato per il suo film Chronicles from the Siege, e altri cineasti mediorientali — hanno preso la parola per criticare apertamente la Berlinale, il governo tedesco e quello israeliano.
L’atmosfera si è fatta tesa, con parte del pubblico che urlava slogan di sostegno, mentre la
presentatrice Désirée Nosbusch ha cercato di mantenere la calma.
La direttrice artistica Tricia Tuttle, al suo secondo anno alla guida del festival, ha difeso la
missione della Berlinale pur riconoscendo il clima difficile: «Questa Berlinale si è svolta in un mondo che si sente a pezzi e ferito. Molte persone sono arrivate portando con sé dolore e urgenza. Siamo stati messi alla prova pubblicamente quest’anno, e questo è un bene perché significa che la Berlinale conta».
Il cinema resta protagonista
Nonostante le polemiche, la selezione cinematografica 2026 è stata ampiamente elogiata
dalla critica come una delle più solide degli ultimi anni, con 22 film in concorso provenienti
da 28 paesi. Nessun chiaro favorito alla vigilia, ma una pluralità di titoli apprezzati — da
Queen at Sea di Lance Hammer (con Juliette Binoche nel ruolo di una donna che accudisce
la madre malata di Alzheimer), a Nina Roza di Geneviève Dulude-de Celles, fino al già citato Rose.
Come ha detto Tricia Tuttle nella sua dichiarazione finale, citando i 278 film da 80 paesi che
hanno popolato le sale del festival: la Berlinale resta «un luogo dove le persone si riuniscono in pubblico, dove tutti sono benvenuti, per sedersi insieme al buio e guardare il mondo attraverso gli occhi degli altri». Un ideale ancora prezioso, forse ancor più necessario in tempi come questi.
Antonio M. Castaldo

