“Consegnati alla luce”, poesia di Gian Piero Stefanoni

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Consegnati alla luce

i nostri nomi non hanno più nome-

ma ciò che porta il silenzio-

le nostre case sono del diritto del sole.

 

Lo spazio ha un credo immobile

nel divenire calore, non muta l’evento,

lo precede. Perché la forma

 

è troppo nuda per restare segreta,

il desiderio troppo intenso

per non destare colore.

 

Assomiglia a un ceramista la terra,

lavora se stessa dalle crepe;

ingrassa, infibula, modella

secondo un’intuizione carnale.

 

Qui la fiducia nello scavo-

e la riproduzione dell’offerta-

le isole, il canale di grazia

degli uccelli. Quel grido

che ogni mattino risuona nella pace.

 

L’occhio si tende al primo pigolio,

nell’urto la mente sviando

al domestico allarme il primitivo senso.

 

La perdita adesso ordinaria

più tardi sarà malinconia degli effetti,

il cuore scambiato per visione,

la tempera a sua compensazione.

 

Eppure è ancora lì

dove ancora pronuncia.

 

 

 

 

 

 

 

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