Consegnati alla luce
i nostri nomi non hanno più nome-
ma ciò che porta il silenzio-
le nostre case sono del diritto del sole.
Lo spazio ha un credo immobile
nel divenire calore, non muta l’evento,
lo precede. Perché la forma
è troppo nuda per restare segreta,
il desiderio troppo intenso
per non destare colore.
Assomiglia a un ceramista la terra,
lavora se stessa dalle crepe;
ingrassa, infibula, modella
secondo un’intuizione carnale.
Qui la fiducia nello scavo-
e la riproduzione dell’offerta-
le isole, il canale di grazia
degli uccelli. Quel grido
che ogni mattino risuona nella pace.
L’occhio si tende al primo pigolio,
nell’urto la mente sviando
al domestico allarme il primitivo senso.
La perdita adesso ordinaria
più tardi sarà malinconia degli effetti,
il cuore scambiato per visione,
la tempera a sua compensazione.
Eppure è ancora lì
dove ancora pronuncia.

