Valentina Pelliccia sui vaccini Covid: «Dopo l’emergenza servono dati, trasparenza e libertà di fare domande»

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A distanza di anni dalla fase più drammatica della pandemia, Valentina Pelliccia torna su uno dei temi che hanno maggiormente diviso l’opinione pubblica: vaccini Covid, farmacovigilanza, cure domiciliari e comunicazione dell’emergenza. Una riflessione che parte da un principio essenziale: la scienza non richiede adesioni ideologiche, ma metodo, verifica e capacità di correggersi.
La pandemia di Covid-19 non è stata soltanto un’emergenza sanitaria.
È stata contemporaneamente una crisi scientifica, sociale, economica e comunicativa che ha costretto milioni di persone ad assumere decisioni in una situazione caratterizzata da urgenza e conoscenze in continua evoluzione.
A distanza di anni è possibile tornare su quella stagione con maggiore serenità, distinguendo ciò che è stato successivamente confermato dalla ricerca, ciò che è stato modificato alla luce di nuove evidenze e ciò che rimane oggetto di studio.
I vaccini contro il Covid-19 hanno contribuito alla protezione dalla malattia grave, ma, come ogni medicinale, possono essere associati a reazioni avverse.
La farmacovigilanza ha consentito di identificare anche eventi rari e di aggiornare progressivamente le informazioni sulla sicurezza.
(AIFA, Rapporti sulla sorveglianza dei vaccini Covid-19; ISS EpiCentro, Vaccinazione Covid-19 e monitoraggio della sicurezza; EMA, Safety of Covid-19 vaccines).

Ne parliamo con la Dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista, Communication Expert e professionista con formazione giuridica, medica e finanziaria, affrontando non soltanto gli aspetti sanitari, ma anche il rapporto tra informazione, consenso, responsabilità pubblica e diritto dei cittadini a ricevere informazioni comprensibili e verificabili.

Dottoressa Valentina Pelliccia, dopo tutto quello che abbiamo vissuto, qual è la prima lezione che dovremmo conservare della pandemia?

«Vorrei che non fossimo più costretti a scegliere tra fiducia cieca e diffidenza assoluta.
La scienza non richiede fede.
Richiede metodo, verifica e disponibilità a correggersi quando emergono nuove evidenze.
Vorrei una farmacovigilanza sempre più trasparente, una comunicazione istituzionale capace di dichiarare anche ciò che ancora non conosce e un giornalismo che sappia distinguere una domanda legittima da una conclusione priva di prove.
Credo che questo sia uno degli insegnamenti più importanti che possiamo ricavare da quegli anni.»

Partiamo allora dalle parole. È scientificamente corretto definire i vaccini contro il Covid-19 “sieri sperimentali”?

«No, se vogliamo utilizzare una terminologia scientificamente rigorosa.
I prodotti autorizzati contro il Covid-19 erano vaccini appartenenti a piattaforme differenti, tra cui vaccini a mRNA, a vettore virale e successivamente a subunità proteica.
La parola “siero” indica qualcosa di diverso e utilizzarla come sinonimo di vaccino genera confusione.
Questo, però, non significa che non sia legittimo interrogarsi sulla straordinaria rapidità con cui ricerca, sperimentazione, valutazione regolatoria, produzione e somministrazione su vastissima scala si sono susseguite durante l’emergenza.
La risposta non può essere affidata agli slogan.
Bisogna analizzare gli studi clinici, le procedure regolatorie e i dati raccolti successivamente.
La scienza non termina quando un medicinale viene autorizzato.
Continua attraverso la sorveglianza successiva alla commercializzazione e la farmacovigilanza.»
(ISS EpiCentro, “I vaccini anti COVID-19”; EMA, Covid-19 vaccines)

Lei prende quindi le distanze dalla contrapposizione tra “pro vax” e “no vax”?

«Completamente.
Ho effettuato nella mia vita le vaccinazioni previste e non considero razionale trasformare una questione scientifica in un’identità ideologica.
Essere favorevoli ai vaccini come strumento della medicina non significa affermare che qualsiasi vaccino, per qualsiasi individuo e in qualsiasi circostanza, sia completamente privo di rischi.
Allo stesso modo, riconoscere l’esistenza di una reazione avversa non significa sostenere che un vaccino sia complessivamente inefficace o pericoloso.
La medicina valuta continuamente benefici e rischi.
Vorrei che uscissimo dalla contrapposizione tra due schieramenti.
Una società scientificamente matura dovrebbe essere capace di discutere i dati senza trasformare ogni domanda in un’appartenenza ideologica.»

Dottoressa Valentina Pelliccia

Quali eventi avversi gravi sono stati effettivamente riconosciuti?

«La farmacovigilanza ha identificato alcuni eventi avversi rari.
È importante dirlo con chiarezza, ma è altrettanto importante spiegare che una segnalazione verificatasi dopo una vaccinazione non dimostra automaticamente che il vaccino ne sia stato la causa.
La farmacovigilanza serve proprio a studiare questi segnali e a distinguere una semplice successione temporale da una possibile relazione causale.
Questo è un principio fondamentale.
“Dopo” non significa necessariamente “a causa di”.
Negare l’esistenza degli eventi avversi riconosciuti sarebbe sbagliato.
Attribuire automaticamente al vaccino qualsiasi patologia insorta successivamente lo sarebbe altrettanto.»
(AIFA, Rapporti sulla sorveglianza dei vaccini COVID-19; ISS EpiCentro, “Monitoraggio della sicurezza dei vaccini COVID-19”).

Tra gli eventi più discussi ci sono miocarditi e pericarditi. Che cosa sappiamo?

«Sappiamo che miocardite e pericardite dopo alcuni vaccini a mRNA sono state riconosciute come possibili reazioni avverse rare, osservate con frequenze differenti in relazione, tra gli altri fattori, all’età e al sesso.
È un esempio concreto del funzionamento della farmacovigilanza.
Un segnale viene individuato, studiato, quantificato e comunicato.
Non dovrebbe essere nascosto.
Ma non dovrebbe neppure essere utilizzato per sostenere che qualsiasi problema cardiaco verificatosi successivamente a una vaccinazione sia stato necessariamente provocato dal vaccino.
Tra queste due posizioni esiste lo spazio della medicina basata sulle evidenze.»
(EMA, Safety of Covid-19 vaccines; ISS EpiCentro, monitoraggio della sicurezza).

E sulle affermazioni che collegano vaccini Covid e tumori?

«Qui la prudenza deve essere ancora maggiore.
Non ritengo scientificamente corretto affermare che i vaccini Covid abbiano determinato una generale riattivazione dei tumori o un aumento generalizzato della mortalità oncologica in assenza di solide evidenze epidemiologiche capaci di dimostrare un rapporto causale.
Naturalmente, qualunque segnale scientifico specifico merita di essere studiato.
Ma una testimonianza individuale, per quanto dolorosa e importante, non è sufficiente a dimostrare causalità.
Il compito del giornalismo è proprio mantenere distinta la testimonianza dalla correlazione e la correlazione dalla prova.»

Durante l’emergenza si parlò moltissimo di “vigile attesa”.

Significava lasciare il paziente senza terapia?

«No.
Questa espressione è stata spesso semplificata fino a perdere il proprio significato originario.
Nelle indicazioni ministeriali la “vigile attesa” comportava sorveglianza clinica e monitoraggio delle condizioni del paziente.
Le indicazioni contemplavano inoltre il trattamento sintomatico con paracetamolo oppure FANS quando appropriato e in assenza di controindicazioni.
Non è quindi corretto sintetizzare l’intera gestione domiciliare nella formula “Tachipirina e vigile attesa”.
Rimane assolutamente legittimo discutere dell’organizzazione della medicina territoriale, della tempestività degli interventi e di ciò che, alla luce delle conoscenze progressivamente acquisite, avrebbe potuto funzionare meglio.»
(Ministero della Salute, “Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2”).

In quella fase emerse anche la figura di Giuseppe De Donno e la proposta del plasma iperimmune. Che cosa resta oggi di quella vicenda?

«Giuseppe De Donno, allora primario di Pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova, lavorò con altri professionisti sull’utilizzo del plasma convalescente, comunemente definito plasma iperimmune, ottenuto da persone guarite dal Covid-19.
Quella esperienza merita di essere ricostruita senza mitizzazioni e senza rimozioni.
Furono raccolti dati e sviluppate esperienze cliniche.
Successivamente, però, studi randomizzati e valutazioni internazionali non hanno dimostrato un beneficio generalizzato del plasma convalescente in tutte le condizioni cliniche.
Questo non cancella il valore della ricerca effettuata.
Dimostra piuttosto il funzionamento del metodo scientifico.
Un’ipotesi promettente viene sottoposta a verifiche sempre più rigorose e può essere confermata, ridimensionata oppure circoscritta a particolari popolazioni o condizioni.»
(ASST Mantova, studi sul plasma iperimmune; New England Journal of Medicine, “A Randomized Trial of Convalescent Plasma in Covid-19 Severe Pneumonia”; WHO, “Therapeutics and COVID-19: living guideline”).

Anche diversi medici italiani proposero approcci differenti alle cure domiciliari. Come dovrebbe comportarsi l’informazione davanti a posizioni minoritarie?

«Ascoltarle e verificarle.
Una posizione minoritaria non è falsa semplicemente perché minoritaria.
Ma non diventa vera semplicemente perché contrasta con quella prevalente.
Una testimonianza clinica può generare un’ipotesi importante.
Perché una terapia diventi uno standard servono però studi adeguati, confronto tra gruppi, riproducibilità dei risultati e valutazione complessiva delle evidenze.
Durante l’emergere di una nuova malattia è fisiologico che medici differenti formulino ipotesi differenti.
Il giornalismo non dovrebbe stabilire chi abbia ragione sulla base della notorietà, della maggioranza o dell’efficacia comunicativa.
Dovrebbe verificare quali ipotesi abbiano superato la prova dei dati.»

Dopo una vaccinazione può avere senso assumere acido acetilsalicilico a basso dosaggio per “pulire i vasi” o disintossicare l’organismo?

«No, non esistono basi scientifiche per presentarlo in questi termini.
Non sono un medico e ritengo proprio per questo indispensabile non trasformare un’intervista giornalistica in una prescrizione sanitaria.
L’acido acetilsalicilico a basso dosaggio è un farmaco antiaggregante con indicazioni e controindicazioni precise.
Non è una terapia per “eliminare le tossine” dopo una vaccinazione e può comportare rischi, compreso quello emorragico.
Nessuno dovrebbe iniziare autonomamente una terapia farmacologica sulla base di un articolo o di un contenuto pubblicato sui social.
La decisione deve spettare al medico sulla base della storia clinica individuale.»
Veniamo alla comunicazione.

Pelliccia

Durante la pandemia la paura ha avuto un ruolo eccessivo?

«Credo che questa domanda debba essere tenuta distinta dal giudizio scientifico sui vaccini.
Durante un’emergenza sanitaria le istituzioni hanno il dovere di comunicare il rischio e favorire comportamenti prudenti.
Esiste però un confine molto delicato tra comunicare il rischio e costruire una comunicazione prevalentemente emotiva.
La paura può aumentare l’attenzione, ma può anche favorire polarizzazione, ridurre la disponibilità al confronto e rendere socialmente più difficile manifestare dubbi.
Per questo considero utile studiare la comunicazione della pandemia attraverso strumenti come agenda setting, framing e costruzione del consenso.
Sono categorie proprie degli studi sui media.
Non costituiscono, da sole, la dimostrazione dell’esistenza di un complotto.»

È qui che diventano interessanti le analisi di Noam Chomsky e Marcello Foa?

«Possono essere interessanti come strumenti interpretativi, purché non vengano utilizzati come prove scientifiche in campo medico.
Noam Chomsky ed Edward S. Herman hanno elaborato un modello critico del funzionamento dei media analizzando il peso delle strutture economiche, delle fonti istituzionali e dei processi di selezione delle notizie.
Marcello Foa ha sviluppato, dalla propria prospettiva, riflessioni sui meccanismi della comunicazione, dell’influenza e della formazione dell’opinione pubblica.
Queste analisi possono aiutarci a formulare domande sul sistema dell’informazione.
Non dimostrano automaticamente che una determinata notizia sanitaria fosse falsa o che dietro la comunicazione pubblica esistesse una regia occulta.
Un modello interpretativo non deve essere confuso con una prova fattuale.»

In un sistema mediatico così potente è possibile costruire o distruggere la reputazione di una persona?

«Sappiamo che amplificazione, polarizzazione, ripetizione e dinamiche proprie dei social network possono incidere profondamente sulla reputazione.
Proprio per questo bisogna essere molto prudenti quando si parla di campagne organizzate o coordinate.
Una percezione personale, da sola, non costituisce la prova dell’esistenza di una regia.
Quando una persona ritiene di essere stata rappresentata in maniera inesatta, il metodo più solido resta quello documentale.
Date, articoli, dichiarazioni, autori, eventuali rettifiche, dati e fatti verificabili.
La reputazione non si tutela contrapponendo una narrazione a un’altra.
Si tutela attraverso le prove.
È esattamente lo stesso principio che dovrebbe guidarci quando parliamo di medicina e di scienza.»

Dottoressa Valentina Pelliccia, quale dovrebbe essere allora il nostro atteggiamento davanti alla prossima emergenza sanitaria?

«Dovremmo essere più preparati scientificamente e più maturi nella comunicazione.
Chi ha realmente subito una reazione avversa dovrebbe essere ascoltato, studiato e assistito senza essere trasformato in un simbolo ideologico.
Nello stesso tempo, non possiamo dimenticare le persone che hanno sofferto o perso la vita a causa del Covid-19.
Non credo sia utile riscrivere quella stagione dividendoci ancora una volta tra vincitori e sconfitti, tra chi “aveva ragione” e chi “aveva torto”.

Dobbiamo studiarla.
Dobbiamo capire quali decisioni abbiano funzionato, quali possano essere migliorate e quali errori non debbano essere ripetuti.

Soprattutto, dobbiamo preservare il diritto di formulare domande senza trasformare automaticamente il dubbio in negazione della scienza.
La scienza cresce proprio perché accetta di essere interrogata.
E una società libera cresce quando alle domande risponde con le prove.»

Ringraziamo la Dottoressa Valentina Pelliccia per i suoi preziosi contributi, come sempre, e per avere affrontato un argomento ancora capace di dividere l’opinione pubblica attraverso un principio tanto semplice quanto essenziale: distinguere i fatti dalle ipotesi e le ipotesi dalle prove.
La pandemia non appartiene soltanto al passato.
Costituisce un patrimonio di dati, esperienze, successi, errori e domande dal quale dipenderà anche la nostra capacità di affrontare future emergenze sanitarie.
Riconoscere i benefici documentati della vaccinazione non significa negare le reazioni avverse riconosciute.
Studiare una possibile reazione avversa non significa attribuire automaticamente a un vaccino qualsiasi evento verificatosi successivamente.
Ascoltare una posizione minoritaria non significa accettarla senza verificarla.
E difendere la scienza non significa sottrarla alle domande.
Forse proprio questa è la lezione più importante: in medicina, nel giornalismo e nella comunicazione pubblica, la fiducia più solida non nasce dall’assenza di dubbi.
Nasce dalla possibilità di sottoporli alla prova dei fatti.

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