Ci sono dischi che cercano in tutti i modi di farti capire dove sia la battuta. Burro dei Vendrame fa esattamente il contrario: l’ironia arriva senza preavviso, ti colpisce in faccia e poi se ne va, lasciandoti solo a decidere cosa farne. Pubblicato originariamente nel 2020 e oggi riproposto in versione rimasterizzata, il disco contiene già tutto quello che sarebbe diventato il mondo dei Vendrame: rock, punk, reggae, cantautorato e una scrittura che sembra avere come unica regola quella di non rispettarne nessuna.
Il risultato è volutamente difficile da classificare, ma soprattutto difficile da interpretare secondo i normali meccanismi dell’ironia. I Vendrame non preparano la gag, non sottolineano il momento in cui dovresti ridere e non spiegano mai davvero il senso di ciò che stanno facendo. Una situazione assurda può essere raccontata con la stessa serietà di una questione quotidiana, mentre una frase apparentemente innocua può trasformarsi improvvisamente in qualcosa di completamente fuori scala. È qui che entra in gioco il loro “malcomplesso”: talenti inespressi, frustrazioni, ego, fallimenti e contraddizioni diventano materiale da osservare senza preoccuparsi troppo di renderlo comprensibile o rassicurante.
Ed è proprio questa assenza di spiegazioni a rendere Burro interessante. Perché davanti a certe canzoni puoi ridere di gusto, mentre davanti ad altre rimani qualche secondo in silenzio a chiederti se ci sia qualcosa che ti è sfuggito. La risposta, probabilmente, non arriva perché non è prevista. L’ironia dei Vendrame funziona anche quando non sai se dovresti ridere oppure restare perplesso, e forse il confine tra queste due reazioni è esattamente il posto in cui la band vuole lasciarti.
Postalmarket, scelto come focus track della nuova versione, è un esempio particolarmente efficace di questo meccanismo: un immaginario riconoscibile e quasi nostalgico viene trasformato in qualcosa di grottesco, mettendo insieme desiderio, consumo e fantasia senza mai assumere il tono di una vera e propria lezione sul passato.
Sei anni dopo, Burro non sembra avere alcun bisogno di diventare più ordinato, più elegante o più facile da spiegare. La rimasterizzazione riporta semplicemente alla luce un disco che aveva già trovato il proprio linguaggio: sgangherato, irriverente, imprevedibile. E forse il suo merito più grande è proprio questo: lasciarti con una risata oppure con una perplessità, senza dirti quale delle due fosse quella giusta.

