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Che vergogna: Dario Fo e Roberto Benigni coperti di insulti sui social. La rubrica di Enrico Bernard

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Umberto Eco, prima di lasciarci, fu coinvolto in una polemica virulenta sul tema della cretinaggine in libera circolazione nei social. Qualcuno arrivò a dargli addirittura del cretino di rimbalzo. Come vuole il proverbio: il bue che dice cornuto all’asino!

Umberto, che considero un Maestro per una serie di vicende personali che non starò qui a raccontare, non se la prese più di tanto. Di carattere era talmente al di sopra delle parti e di tale levatura che poté permettersi di uscire dalla polemica con un semplice: sono stato frainteso. E la chiuse giustamente lì.

In realtà l’attacco che gli fu portato da gruppi di tifosi dell’imbecillità dilagante era piuttosto ingeneroso. Umberto in realtà parlava di un sistema di informazioni senza filtro, dominate dai fake, dai falsi più o meno d’autore, di frammenti di verità mescolate a montagne di rifiuti ideologici eccetera eccetera. E si appellava al buon senso di prendere con le molle quanto passa sui social.  Si trattava di una constatazione semplice,  alla “elementare Watson”, non un Eureka da sparare col megafono. Ma apriti cielo! ai deficienti che popolano i social non parve vero di  poter versare litri di veleno sull’immagine del povero Umberto fu passato per le armi, riuscì però a schivare i proiettili,  prima ancora di morire.

Lo stesso è accaduto, sempre nei social, a due altri uomini illustri della nostra cultura, Dario Fo e Roberto Benigni. I due poveretti si sono macchiati della grave colpa di aver battibeccato a proposito della riforma costituzionale. Benigni ha esternato la sua opinione favorevole e Dario Fo gli ha dato non so se del becco o del venduto, qualcosa del genere insomma. Anche in questo caso, apriti cielo. Non tenendo conto che è normalissimo, ed è anche un bene da preservare il litigio di due artisti e intellettuali su un tema politico di scottante attualità, perché finché gli uomini di cultura si battono per un’idea vuol dire che ci sono ancora idee per le quali combattere, si sono formati due squadroni armati di olio di ricino e manganelli mediatici  per colpire e purgare a turno  Dario Fo e Roberto Benigni.

Poveretti loro: come accadde nel caso di Umberto Eco, gliene hanno dette di tutti i colori. Ex repubblichino e usurpatore del Nobel ad uno, attorello da strapazzo e  ostentatore di un Oscar di cartone all’altro; e poi a turno buffone, saltimbanco, pagliaccio, traditore, lecchino… e qui mi fermo perché a furia di riportare gli insulti che sono (ingiustamente) volati rischio di essere frainteso nel mio intento di semplice “report” e di beccarmi una querela.

Resta il fatto che epiteti e ingiurie tra intellettuali sono un toccasana per la cultura e la democrazia: sono la prova che c’è ancora qualcosa di vivo, che gli intellettuali non sono isolati in un Torre d’avorio ma partecipano alla vita e sono parte integrante della contemporaneità. Dovremmo viceversa  insultarli non perché si insultano tra loro, ma solo nel caso che non lo facessero! Brutti fessi – potremmo allora gridargli in faccia – e voi dove eravate quando si stava abolendo la Costituzione ovvero (dall’altro lato del campo di battaglia) dove eravate quando avremmo potuto contribuire a migliorarla e non lo abbiamo fatto?

Quello che si dovrebbe temere è dunque il silenzio degli intellettuali piuttosto che le loro urla di rabbia o dolore. Un silenzio che invece sembra sempre più ovattare e sterelizzare qualsiasi dibattito: tira una brutta aria quando gli intellettuali se ne  stanno zitti,  in un angolo, quando non si schierano, quando non rischiano il carcere come ha coraggiosamente fatto Erri De Luca per le loro opinioni. E dovremmo invece fare salti di gioia quando gli intellettuali si azzuffano, litigano, si lanciano di tutto verbalmente ed anche (come accadeva nella assemblee politiche di un tempo) fisicamente.

Invece i due eserciti che sono scesi in campo nei social, non chiamati alle armi da nessuno, per apostrofare i due contendenti che sarebbero altresì bravissimi a spaccarsi la testa da soli e a farci vedere che dentro la scatola cranica non hanno solo segatura, non si sono limitati ad una battaglia politica e ideologica, ma hanno tentato di distruggere quel poco di buono che la cultura italiana è riuscita a compiere nell’arco dell’ultimo quarto di secolo: un Premio Oscar e un Premio Nobel.

Così due grandi maestri sono stati messi alla gogna da una moltitudine di “cretini mediatici” (nel senso proposto da Umberto Eco) per il semplice fatto che esprimono, contrastandosi e contrapponendosi, con passione le proprie idee, anche suonandosele di santa ragione.

Altro sarebbe stato fare alcuni distinguo superando la fase dell’insulto generico. Per esempio, a proposito della polemica tra Fo e Benigni, spiegarsi e spiegare come e perché i due Maestri  esternino le loro convinzioni con tanta puntualità sfoderando l’abito dell’occasione per l’imminente referendum. Di Dario Fo è presto detto: fa politica attiva essendosi impegnato fin dall’inizio al fianco di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle. Non parla dunque “solo” da intellettuale o artista, ma da vero e  proprio “intellettuale organico” che  si è dichiarato, senza ipocrisie o doppiogiochismi, ad un pensiero politico. Che  invece Benigni sia “intellettuale organico” al renzismo è cosa probabile ma non accertata e confermata dallo stesso artista. Il quale naturalmente può avere le idee sue su ogni argomento ed esternarle liberamente, ma perdendo però la “verginità” iniziale e superpartes.

Nella fattispecie Dario Fo ha sempre osteggiato Renzi e il renzismo, mentre Benigni non si è mai apertamente schierato a suo favore, bensì interviene a posteriori su un argomento che sembra collaterale e specifico come la riforma  costituzionale, che però lo stesso premier ha trasformato in un plebiscito sulla sua leadership.  Così i firmatari di un appello favorevole alla modifica costituzionale sono stati fagocitati nel renzismo tout cour: non sono più indipendenti, bensì veri e propri opinion maker. Il che non sarebbe di per sé censurabile, con la sola annotazione che un pizzico di furbizia traspare da  parte di chi lancia il sassolino e nasconde la manina.

Capisco che il distinguo può sembrare sottile, ma in una cultura in cui il cerchiobottismo e il gattopardismo sono uno sport nazionale è sempre bene chiarire le cose e spiegare come e perché si comunica la propria posizione: non solo il contenuto della comunicazione politica, ma anche il motivo per cui si sente necessario far sentire la propria voce in capitolo. Dario Fo stiamo lo ha ribadito: far vincere Grillo. E Benigni, come il Dante delle sue meravigliose letture, è sempre tra color che son sospesi.

In conclusione penso che un dibattito civile e democratico debba tener conto di due fattori: 1) il fatto che due intellettuali litighino è un buon segno e bisogna far valere l’antica regola del “tra moglie e marito non mettere il dito”; 2) comunque mantenere sempre il massimo rispetto delle personalità in gioco che sono di grande spessore, Dario Fo e Roberto Benigni, indipendentemente dalle posizioni politiche che esprimono: gli si può replicare, come facevo prima con Benigni invitandolo col famoso verso  o tosco, tu che parlando onesto, ma sempre col cappello in mano.  E lo stesso riguardo bisogna  mantenere con Dario Fo anche quando manda il simpatico “piccolo diavolo” là sove non si mandano solo i santi e gli eroi.

Enrico Bernard

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