Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

Libere Clausure. Liberarsi “da quel che si è”

Data:

Roma, Teatro dell’Angelo (via Simone de Saint Bon 19 – Metro A Ottaviano), dal 5 al 16 ottobre 2016

Confronti. Tra due modi di concepire, o meglio, di vivere la propria vita certamente, ma anche inaspettati incontri al cadere delle maschere, alla riscoperta della propria autenticità. L’arte della simulazione in frenetico movimento, che non può mai riposare, contro la libertà della scelta, seppur claustrale. Chi è veramente libero e quali sono le clausure vere, quelle del cuore o quelle delle mura di un convento? Libere clausure, di Marina Pizzi, in scena al Teatro dell’Angelo fino al 16 ottobre, affronta una tematica molto interessante e profonda. Lo fa con i toni della commedia in cui trova spazio anche il sorriso, ma con un afflato intimista che non passa inosservato e colpisce al momento giusto. Tre donne. Irma l’immobiliarista, interpretata da una convincente e, mi si passi il termine, “teneramente umana” Maria Cristina Fioretti che tenta di sottrarre con l’inganno il convento benedettino alle suore, cerca di convincere la Badessa Madre Paola, una perentoria Angiola Baggi, a firmare i documenti per il passaggio in un’altra fantomatica struttura inadeguata alle loro esigenze. Gli incontri avvengono nel parlatoio del convento di clausura, dove lo scetticismo di Irma pian piano viene meno e in cui la giovane Benedetta, postulante, interpretata da Eugenia Scotti, perfetta nel ruolo, è colei che, ancora incerta della sua strada, avrà modo di crescere nel frattempo. In questo aspetto è abile la regia nel sottolineare con delicatezza il trascorrere dei mesi in cui la trattativa procede e le anime si avvicinano, con pochi elementi di scena, canti gregoriani e un sobrio disegno luci.

paolo_leone_corriere_dello_spettacoloIl testo di Marina Pizzi ha il merito di cercare quelle profondità d’animo sepolte dalla modernità, capaci di permettere l’incontro tra due donne che sembrano distanti. Una ricerca di senso e di libertà “da quel che si è”, e un invito ad alzare lo sguardo, credenti o non, verso l’alto e altro dalle piccole e misere prigioni quotidiane, ben rappresentate da Irma/Fioretti all’inizio della pièce. Spettacolo gradevole, emozionante anche, ma che poco prima del finale eccede in una tentazione didascalica nel dialogo tra le due protagoniste che, bisogna dirlo, sono entrambe molto brave ed esperte e riescono ad arrivare al cuore di chi guarda. Tre personaggi molto forti, anche quello di Benedetta/Scotti, che con poche battute e con i ritmi adatti alla scena in cui si muove, è immagine di quella ricerca che solo nel silenzio e nell’ascolto si può completare. Un silenzio di cui dovrebbe far tesoro anche tanto pubblico in teatro. Spettacolo che rivedrei volentieri, perché ricco di significati da assaporare, lentamente.

Paolo Leone

Libere Clausure, di Marina Pizzi. Regia di Francesca Satta Flores. Con: Angiola Baggi, Maria Cristina Fioretti ed Eugenia Scotti. Scenografia Emanuela Bonella. Costumi di Adelia Apostolico. Aiuto regia Lara Panizzi. Disegno luci Dario Giacani. Ideazione grafica Alessio Cantoni.
Si ringrazia l’ufficio stampa della Compagnia, nella persona di Claudia Di Lorenzi

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