“Civico 60” di K. Capra, G. Foletto, B. Sirotti e Tremolada

Data:

Teatro Oscar, Milano. 7 e 8 ottobre 2016

Emanuele Drago, apre le porte di quattro appartamenti, uniti dallo stesso “Civico 60” in una città come tante, e in punta di piedi si introduce dove vivono donne diverse, si fa quasi invisibile per “spiarle”, la sua regia è felpata, sensibile, delicata, non le giudica, non le accusa, non le sbeffeggia, non le compatisce. Ma gli è molto vicino, tanto è vero che sente il bisogno di raccontarci quello che ha visto, per condividere con il pubblico stati d’animo di donne di oggi, di sempre, donne che abbiamo conosciuto o che conosceremo, donne che siamo state o che saremo o che vorremmo essere.
Donne che piangono, sognano, impazziscono, soffrono, chiedono aiuto, creature che continuano a combattere battaglie faticose e difficili, che cercano di far valere i loro diritti, che lasciano eredità importanti, e che vorrebbero tutti i giorni essere celebrate, non solo l’8 marzo, o, se non altro, essere rispettate.
Il teatro può, anzi deve essere un mezzo per ridare consapevolezza, per scavare nelle coscienze, per farci capire più chiaramente cosa siamo, dove andiamo, cosa vogliamo. E’ un mezzo che, come tutta l’arte in generale, può avere la forza travolgente di un atto d’amore. E chi meglio delle donne sa cosa sia l’amore?

Qui, in “Civico 60”, cinque attrici impersonano diverse sfumature dell’anima femminile, calandosi in storie di stra-ordinaria quotidianità.
C’è la sensualità e la grazie di Marianna, Barbara Sirotti, in “Alas de Tango”che scopre attraverso la lettera scritta da un’altra donna, ormai vecchia, l’amore per il tango, e questa rivelazione diventa per lei un’iniziazione, una scoperta del proprio corpo, ascoltandolo ad occhi aperti. Marianna si troverà finalmente al centro di un mondo fuori dal comune, condividendo la sua anima e la sua “altra” vita con gli altri tangheri, in una specie di confraternita segreta, che noi, al di fuori, forse non capiremmo mai.

Gioia, Gabriella Foletto, nel drammatico monologo “L’attacco degli uomini blu”, aiutata da una scenografia di cerchi concentrici luminosi che si fanno sempre più stretti intorno al suo corpo, fin quasi a stritolarla, rappresenta con fragilità e turbamento, al limite della pazzia, cosa si prova nel momento del distacco. Distacco non solo da oggetti e cose, ma anche da memorie, immagini, percezioni, odori, vissute in quella casa che gli uomini blu le stanno portando via. Gioia, impotente, assiste allo smembramento, e nel vuoto e nella polvere che la circondano, anche lei inesorabilmente si svuota di tutto quello che l’aveva fatta vivere.
Gabriella, Fiorella Fruscio, è la donna che in “Singletudine” proclama il proprio orrore per la vita a due, per i sentimenti, è spavalda, ammiccante, cerca di convincerci che un “conto è essere sola, e un altro restare da sola”. Precisa che per lei naturalmente è stata una scelta libera, ma la solitudine è spesso una condizione pesante da sopportare, soprattutto se dietro alla “singletudine” c’è un mare di delusioni e illusioni. Perché “godere della compagnia di nessuno” equivale ad essere una preda dei molti, a volte con conseguenze anche peggiori. Ma lei è felice così. Sarà vero?

Infine, in “Noi due”, Ketty Capra e Viola Vazzana, per la prima volta sula palco insieme, non solo sulla vita, impersonano con trasporto e coinvolgimento questa storia di malattia, una donna ancora giovanile, lavoratrice e mamma affettuosa, si ammala di cancro al seno e deve trasmettere la notizia alla figlia, che, nonostante la sua solidarietà e l’amore che porta dentro, continua a vivere la sua vita di giovane donna. Le due donne vivono nello stesso appartamento, ma non si incontrano quasi mai, per ragioni pratiche, da qui quel comunicare attraverso parole scritte, più che parlate.La madre non la biasima, sa nascondere qualche cruccio dietro alla forza che la contraddistingue, e che le deriva anche dal fatto di essere medico. Una madre comprensibile, che anche nella malattia mantiene il suo ruolo, con dignità e devozione, cercando capire e di perdonare cosa passa nell’animo di Alice.
Tangibile è l’emozione tra le due donne, pur contenuta, gli sguardi non si incrociano, gli abbracci sono quasi timidi, le parole cercano di non ferire, di non chiedere l’impossibile, di rispettare i sentimenti altrui, di incoraggiare, anche e soprattutto, in questa triste circostanza.

Abbiamo visto donne fragili e forti, sognatrici e ciniche, depresse e gioiose, ci siamo riconosciute, ma quello che ci preme, è che gli uomini, compagni, amici, colleghi, abbiano capito un po’ di più di noi e ci amino e rispettino per la straordinaria ricchezza che sappiamo portare alle loro vite.

A fare da supporto a “Civico 60” una bella e nobile iniziativa: la vendita, nel foyer, del turbante Vita un turbante speciale realizzato dal team creativo di Mantero, un’azienda familiare nata nel 1902, grazie ai preziosi consigli delle pazienti che hanno partecipato a Salute allo Specchio, un progetto di supporto psico-sociale dedicato a tutte le donne in cura per una patologia oncologica presso l’Ospedale San Raffaele.
Dee di Vita è un’iniziativa solidale nata da una partnership tra Mantero e Ospedale San Raffaele a sostegno all’Associazione Salute allo Specchio alla quale sarà devoluto parte del ricavato della vendita dei turbanti.

Daria D.

Civico 60
di K. Capra, G. Foletto, B. Sirotti e Tremolada
Regia, scene e video di Emanuele Drago
Con Ketty Capra, Gabriella Foletto, Fiorella Fruscio, Barbara Sirotti, Viola Vazzana
Organizzazione Gloria Visconti
Consulenza e drammaturgia di Emmanuele Tremolada
Produzione Progetto4 Milano

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