“Sakùntala” di Alfano. Intervista al regista Massimo Gasparon

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Prosegue la stagione lirica al teatro Massimo Bellini di Catania con un’altra opera inconsueta, dopo Fedra di Paisiello che ha aperto la stagione 2016, Sakùntala di Franco Alfano. Il nome del compositore ci riecheggia ancora nelle orecchie a distanza di un mese da quando è andata in scena Turandot. E difatti fu grazie al successo di critica e pubblico che ottenne dopo la stesura della Leggenda di Sakùntala se l’editore Ricordi scelse Alfano per concludere il melodramma pucciniano. Napoletano di Posillipo, Alfano fu un musicista attento e ricercato, dopo il pianoforte, approfondì lo studio del contrappunto e della composizione. Viaggiò molto e accrebbe le sue conoscenze entrando in contatto con molti musicisti del tempo. Se inizialmente fu estimatore delle tendenze veriste ravvisabili nel dramma Resurrezione del 1904, tratto dal romanzo di Tolstoj, in seguito la sua musica risentì degli echi di Debussy, Ravel, Strauss che incideranno sul resto della sua produzione fino a La leggenda di Sakùntala, che debuttò al teatro Comunale di Bologna il 10 dicembre del 1921. Durante i bombardamenti, che danneggiarono gli archivi dell’editore Ricordi, l’opera andò persa costringendo il suo autore a ricostruirla e a restituirla finalmente al pubblico nel 1952, quando lo spettacolo andò in scena al teatro dell’Opera. Oggi è il regista Massimo Gasparon, classe 1969, veneto di nascita ma cittadino del mondo per vocazione che raccoglie la sfida di portare sulle tavole del palcoscenico catanese l’ultima versione dell’opera.

Sakùntala è il suo terzo impegno con il teatro Massimo Bellini di Catania dopo La Traviata di quest’estate a Taormina e la ripresa della regia di Pizzi per Turandot.

La mia collaborazione con il teatro Massimo Bellini di Catania nasce in primis con Sakùntala, per la quale sono stato contattato dal direttore artistico Francesco Nicolosi, mentre le altre due esperienze sono sopraggiunte in un secondo momento in maniera del tutto inaspettata. D’altra parte Turandot non è stata solo una ripresa perché ha visto un mio coinvolgimento attivo, con molti accomodamenti per adattarla al teatro.

Sakùntala nasce dal dramma in sanscrito di Kalidasa, ispirato a un episodio del Mahabharata. Che tipo di ambientazione ha creato rispetto al mito?

Ho cercato di ricreare un’India un po’ astratta attraverso la tecnica delle tele dipinte, quindi ho optato per una scenografia di stampo ottocentesco molto illusionistica che però è anche monocroma, così da far risaltare al meglio i colori dei costumi. Infatti mentre gli elementi architettonici e della natura sfruttano per lo più le tonalità dell’oro, del bianco e del grigio, gli abiti di scena sono molto variopinti, in modo da permettere al pubblico d’inquadrare al meglio i personaggi, soprattutto alla luce del fatto che la vicenda è piuttosto intricata. Non a caso il colore rimanda anche al rango a cui appartengono i personaggi. Il fatto di utilizzare la tecnica delle tele dipinte se vogliamo può risultare controcorrente, visto che le ultime tendenze in materia di scenografia vedono un largo uso della videoproiezione, ma per me è stata una grande soddisfazione. Inoltre non avendo in questo contesto pretese realistiche, contribuisce a rendere il tutto molto poetico.

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Foto Giacomo Orlando

Quindi ci dobbiamo aspettare una regia tradizionale?

Più che tradizionale preferisco definirla classica, il termine tradizionale mi ricorda più l’etnico e il folclorico invece il classico è al di là della moda e quindi un po’ alla radice del teatro.

La scelta di occuparsi anche delle scene, oltre che delle luci e dei costumi è dettata dal fatto di mantenere un’unità estetica con la regia?

Sì (sorride), e poi così non potrò dare la colpa a nessuno. Solitamente i registi accusano i costumisti o gli scenografi di aver travisato le loro intenzioni, io non ho quest’alibi, dovrò solo fare bene.

Certamente una bella responsabilità, trattandosi di un titolo poco ricorrente.

In effetti è un titolo molto difficile da ritrovare, è stato portato in scena all’Opera di Roma circa dieci anni fa e prima ancora a Wexford. Però è un’opera speciale, che andrebbe vista solo dopo averla ascoltata diverse volte perché può risultare poco facile a un primo ascolto. È un dramma molto intellettuale e quest’aspetto lo si rintraccia nei rimandi a Strauss e a Schönberg, c’è quasi una smania in Alfano di strafare forse è un modo come un altro per prendere le distanze da Puccini e dalla scuola precedente. Sicuramente sarà un’opera più ostica, musicalmente parlando, rispetto agli autori a cui il pubblico è abituato.

A suo avviso qual è il punto di forza di quest’opera che controverte tutti gli schemi classici?

I ruoli non sono più così definiti come un tempo e questo può creare a primo impatto confusione. Inizialmente le personalità dei protagonisti possono apparire complicate ma leggendo il libretto attentamente si possono capire meglio le sfumature caratteriali di ciascuno di essi e i tratti psicologici che li delineano. Credo infatti che Sakùntala sia molto più vicina al mondo della prosa che dell’opera in senso tradizionale, tant’è vero che gli interventi del coro sono limitati e c’è più attenzione ai duetti e gli ariosi. Spesso l’opera è più superficiale questa, invece, vuole scavare nella profondità dell’animo umano. È sicuramente un dramma fuori dal comune, ma spero che rendendola molto accattivante dal punto di vista visivo possa colpire positivamente il pubblico. Per questo motivo ho voluto rievocare anche il grand-opéra francese attraverso l’azione coreografica, il ballo dell’Ape ad esempio secondo me renderà la vicenda molto piacevole agli occhi dello spettatore. Il mio scopo è quello di offrire un’opportunità a quest’opera per farle ritrovare una sua continuità. Inoltre faremo anche una ripresa in dvd che ci permetterà di avere un documento al quale chiunque potrò attingere.

Come ha lavorato con il direttore Niksa Bareza?

Non ci conoscevamo, anche se lui è una pietra miliare della direzione, soprattutto di un certo repertorio impegnativo e moderno. Ci sono stati dei confronti interessanti e visto la sua impostazione nordica, molto tecnica e inflessibile, ho cercato un dialogo per fargli ritrovare quest’aria di melodia e di italianità che non può non esserci, visto le origini di Alfano. Sciogliendo l’approccio contrappuntistico e spietatamente ritmico abbiamo ridato spazio alla parola e all’atmosfera, aspetti che non possono essere messi in secondo piano. Lui si è anche ricreduto su alcune cose, così alla fine a un approccio più nervoso ha preferito una via di mezzo, per non rinunciare a una cantabilità e una melodia che permettessero anche la comprensione delle parole. Un lavoro di team molto delicato ma vissuto con molta voglia di fare e serenità.

Cosa si deve aspettare il pubblico catanese da quest’opera?

Io spero che venga a vedere una favola per distrarsi dalle preoccupazioni e che porti con sé una grande curiosità. D’altra parte l’aspetto dell’incognita può risultare affascinante, soprattutto se si parte dal presupposto che il dramma è poco noto. Quando si affronta un’opera ex novo bisogna mettersi più d’impegno, certamente i rischi aumentano ma tutto quello che vedranno sarà totalmente inedito.

Laura Cavallaro

Mercoledì 16 Novembre 2016 – ore 20.30 (Turno A)
Giovedì 17 Novembre 2016 – ore 17.30 (Turno S/1)
Sabato 19 Novembre 2016 – ore 17.30 (Turno R)
Domenica 20 Novembre 2016 – ore 17.30 (Turno D)
Martedì 22 Novembre 2016 – ore 20.30 (Turno B)
Mercoledì 23 Novembre 2016 – ore 17.30 (Turno S/2)
Giovedì 24 Novembre 2016 – ore 17.30 (Turno C)
SAKUNTALA
di Franco Alfano
Opera in tre atti
Libretto dello stesso compositore
tratto dal dramma Abhijñanasakuntalam di Kalidasa
Niksa Bareza direttore
Massimo Gasparon regia, scene, costumi e luci
Ross Craigmile maestro del coro
Sakùntala, giovane donna di origini regali Silvia Dalla Benetta
Il Re Enrique Ferrer
Priyamvada, amica di Sakùntala Kamelia Kader
Anusuya, amica di Sakùntala Nelya Kravchenko – Eleonora Cilli (B, S1, S2)
Il suo scudiero Paolo La Delfa
Kanva, capo degli eremiti Francesco Palmieri
Un giovane eremita Salvatore D’Agata
Durvasas, un asceta Alessandro Vargetto
Harita Alessandro Vargetto
Un pescatore Salvatore Fresta
Un uomo della guardia Filippo Micale
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO MASSIMO BELLINI
Nuovo allestimento

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