LA LA LAND, il sogno non si fa carne, ma il grande spettacolo dell’amore resta

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Con già 7 Golden Globe vinti, e 14 nomination agli Oscar, La La Land è per certi (e molti) versi già il film dell’anno. Un’investitura che la sequenza iniziale dell’opera di Damien Chazelle, girata in un’unica inquadratura, cerca immediatamente e ad ampio consenso di confermare: un’inquadratura che è un contenitore di cinema e della sua folgorante bellezza, della sua costante urgenza, dello stupore ogni volta puro e ogni volta nuovo, che ci affascina, e rivela il film che sempre vorremo vedere, vivere, e godere, dentro una sala cinematografica. La La Land avrebbe già vinto così, ha già mostrato il suo manifesto poetico, le sue intenzioni, la sua essenza: un musical innanzitutto, intessuto di canzoni, siparietti e balletti, dentro il contesto di una fiaba, antica e nuova, digitale ed artigianale, dalla copertina luccicante e una narrazione canonica. Ma un film deve mantenere quanto promette. E La La Land lo fa solo in parte, scoprendo nella sua natura fiabesca e musicale non solo punti di forza, ma anche punti deboli. Non cercate in La La Land il capolavoro. È un’opera che, a malincuore, si accontenta di essere grande. Splendida, ma solo grande.

Sebastian e Mia sono due artisti in cerca della loro dimensione artistica: l’uno musicista, l’altra aspirante attrice. Due sognatori solitari nella terra dei sogni per eccellenza, l’America di Los Angeles: sognatori che navigano a vista in un presente avaro di soddisfazioni, mare inquinato da pregiudizi e preconcetti dove passioni e desideri, aspirazioni e promesse, non riescono ad emergere. Locale, dove non si può suonare la propria musica. Poi si incontrano, in modo casuale, e ripetute volte. Il sogno comincia a mettere radici, perché inizia ad essere condiviso: l’amore ne fortifica il senso, spalanca orizzonti e possibilità. Il film percorre i sentieri della fiaba, la macchina da presa di Chazelle si adatta ai generi in modo impeccabile, ogni volta che parte un jingle, o ogni volta che la situazione diventa più drammatica e composta: corpo in movimento, sinuoso, si muove con i suoi protagonisti, senza invadere spazi, ma restituendone sentimenti, gioia, rabbia e frustrazione.

Ma non può fare più di quanto una sceneggiatura poco incline al compromesso (per un film che ragione sul compromesso: meglio l’amore o seguire i propri sogni?) non riesce ad affrancarsi da una logica prettamente disneyana, del tipo “i sogni son desideri di felicità”, come cantava un’ispirata Cenerentola. La storia di questo amore, scanzonato e spesso ironico, divertente e drammatico, appassiona e coinvolge, ma non si ancora, se non rarissime volte ma spesso in modo impacciato, alla realtà, alla concretezza e alla praticità di quel mondo: resta in una dimensione sua, altra, magica, onirica, anche quando la svolta assume i contorni del dramma, e spesso la disillusione rompe la bolla dell’illusione in modo violento, ma sottilmente: sottigliezze e dettagli che vanno ricercati nelle perfomance dei due attori protagonisti, impegnati e tosti, anche se non sempre magnifici, perché talvolta sembra che la sceneggiatura (ancora) sia scritta per Ryan Gosling ed Emma Stone, piuttosto che per Sebastian e Mia.

La La Land nella sua dimensione è un film da vedere, ed anche rivedere. Da amare, se vogliamo, con il quale palpitare, struggersi, coccolarsi, chissà piangere. Ma non rinverdisce il genere del musical, così trattenuto nel perfetto film hollywoodiano com’è; non dà corpo alla sostanza, preferendo la forma e la confezione al contenuto, i colori accesi e le luci alle parole e ai gesti. Il sogno non si fa carne. Manca un po’ del sangue di Wiplash: l’arte che diventa sofferenza vera, viscerale, tangibile, liquida. Che diventa quel “tutto” che è l’amore. Servivano percorsi narrativi meno adagiati, una scrittura complessiva più autorevole, distaccata nella sua immersione totale nel sogno e nei battiti del cuore. E allora sì, avremmo parlato di un capolavoro.

Voto 8 su 10

Simone Santi Amantini

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