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Tra il melodramma e la tregedia, il teatro italiano del Settecento viene discusso al Cairo

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Il Cairo, giovedì 26 gennaio 2017. Nell’Aula Magna presso l’Università di Helwan, nella Facoltà di Lettere, si è condotta la discussione sulla rappresentazione del potere politico ne La Clemenza di Tito di Pietro Metastasio e in Filippo di Vittorio Alfieri. Lo studio è impegnato e ricco di nuove idee, presentato dalla ricercatrice egiziana Nivin Youssef, che propone il primo frutto di ricerca sul teatro italiano alla facoltà di Lettere dell’Università di Helwan.

I membri della giuria è composta da tre membri:  il Prof. Rabie Salama, Direttore del Dipartimento di Italianistica presso Al-Alsun di Ain Shams, la Prof.Ssa Wafaa Raauf, Relatrice e Direttrice del Dipartimento di Italianistica a Helwan, e il Prof. Paolo Sabattini, Direttore dell’Istituto italiano di Cultura al Cairo.

Si evidenziano i risultati ottenuti da questo studio, mettendo in risalto principalmente le affinità e le divergenze tra la rappresentazione del potere politico in due generi teatrali importanti nel Settecento italiano, cioè il melodramma e la tragedia, i cui esponenti sono, rispettivamente, Metastasio e Alfieri. I due autori propongono nelle loro opere una raffigurazione inversa delle prerogative regali, in quanto ai monarchi esemplari di Metastasio, come Tito, si contrappongono le figure di Alfieri, come Filippo. In altri termini, il sovrano metastasiano, tollerante e benevolo, esercita una regalità paterna, laddove il tiranno alfieriano presenta un’indole corrotta dal potere, che gli fa violare persino i vincoli di sangue.

Nivin Youssef chiarisce: “La ricerca rivela la contraddizione intrinseca tra i due poeti anche per quanto riguarda la loro adesione ai movimenti letterari del Settecento. Analizzando la formazione culturale e il pensiero politico di Alfieri, ci risulta che il poeta astigiano sia più romantico che illuminista. Alfieri ha il senso dell’eroico e sente la “religione della libertà”, fondamento del liberalismo e del romanticismo europei. Il Settecento crede, invece, nella ragione come fonte di felicità, progresso, perfezionamento morale, sociale, culturale, civile. Alfieri, nonostante i lunghi viaggi, proclama la necessità per l’uomo libero di avere una patria, anche solo ideale, mentre l’illuminismo è basato sull’idea del cosmopolitismo”.

Si evidenziano le tracce arcadiche nelle opere di Metastasio, il poeta che collabora nell’educazione dell’élite dirigente destinata ad un governo attento alla felicità pubblica, non al dominio cieco e irresponsabile dei sudditi. Ne La clemenza di Tito, una volta scoperta la congiura dei cospirati, il re li condanna a morte, rispettando le leggi dello stato. Tuttavia Tito- preso dal conflitto interiore tra il dovere ed i valori umani come l’amicizia- arriva ad una decisione definitiva, cioè concedere il perdono a tutti quanti. Così garantisce il bene dell’impero e si limita – allo stesso tempo- al principio della virtù fatta costituzione.

Dall’altro lato, studiando la vita del poeta tragicoVittorio Alfieri, e seguendo alcune indicazioni nella narrazione autobiografica, si focalizza il carattere tragico del poeta; da adolescente chiuso e solitario, facilmente incline al pianto e alla commozione e, soprattutto, desideroso di essere libero da ogni imposizione e costrizione. In altre parole, il poeta si mostra incline naturalmente alla tragedia data la sua concezione eroica e pessimistica della vita e dal suo ideale di libertà politica e morale dell’uomo in conflitto perenne con qualsiasi tirannide. In Filippo, Alfieri mette, quindi,  in risalto un esempio vivo e reale di questa sua teoria di un potere assoluto espresso nel trattato Della Tirannide. Filippo ha tutta la freddezza di un tiranno, pratica tutte le arti, usa tutti i mezzi per assicurare e difendere la sua potenza, che dipende dall’integrità dello stato e dalla sottomissione dei suoi sudditi alla religione cattolica.

Ne La Clemenza di Tito bisognerebbe tener presente che Metastasio è sempre fedele ai canoni dell’unità di tempo, luogo e azione, e ciò è, infatti, dovuto alla sua formazione di poeta tragico. L’azione del dramma è molto concentrata tanto da poter esser iniziata e conclusa nello stesso giorno.  Si osserva che non ci sono dei riferimenti temporali né al futuro né al passato.

Alfieri in Filippo chiude l’azione in un periodo di ventiquattro ore senza badare a ciò che il passaggio dal giorno alla notte, e dalla notte al giorno poteva inferire di danno all’illusione. Nell’andamento dell’opera l’autore tende a fare sempre riferimento al tempo storico dell’opera tramite i costumi di una certa epoca, la dizione, o il linguaggio. …Per quanto riguarda l’unità del tempo, l’opera presenta vari indizi sulla brevità e sulla tempestività dello svolgimento delle azioni.

Il concetto della tirannia in Filippo

Nel trattato Della Tirannide il poeta definisce con esattezza il concetto della tirannia, e nel tiranno individua il soggetto negatore di tutte le libertà. Alfieri, per rendere più chiara la sua idea di tirannia, definisce innanzitutto il tiranno: “i Greci chiamarono tiranno colui che noi, nelle epoche successive, chiamammo re. Quei tiranni, infatti, o per forza, o per volontà ottennero il comando assoluto del governo”.[1]

Carlo, in Filippo, è appunto quell’uomo onesto, che vuol farsi utile con alte imprese alla patria ed ai cittadini. Per questo motivo minaccia il trono di suo padre, il re Filippo. La figura del tiranno- sostiene Maier- tutto preso dalla sua sete mai soddisfatta di potere, incapace di porre un limite alla propria volontà, circondata da un clima di paura e di delitto e chiuso in un cerchio di vuoto, trova nel re Filippo un’espressione molto significativa.

Il governo paternalistico- razionalistico

Ne La Clemenza di Tito la figura del re clemente e imperatore romano, Tito, prestò la sua leggenda a quel disegno: un imperatore buono, accostato alla figura di Giulio Cesare dalla congiura di cui entrambi, con esiti divergenti, vennero colpiti. Per Cesare la congiura ebbe fine con il castigo ossia la morte, invece, per Tito la congiura fu il passo finale con cui Tito s’allontanò dall’ombra del padre, ricorrendo alla clemenza.

E’ evidente, dunque, che Metastasio intravedeva nel re le qualità e le virtù del personaggio da lui presentato nell`opera “ Tito”. In altre parole, il sovrano è il destinatario più importante dell`opera, è glorificato ed esaltato e nello stesso tempo istruito tramite il confronto con l`adempimento dei suoi doveri.  La medesima idea si verifica  neLa clemenza di Tito, poiché si vede che le arie cantate dal coro nelle varie scene dell`opera esaltano la gloria del re Tito, rendendolo simile agli dei. Il coro loda il re Tito dicendo:

Coro –

Che del Ciel, che degli dei

Tu il pensier, l`amor tu sei,

Grand`eroe, nel giro angusto

Si mostrò di questo dì.

Ma cagion di meraviglia (La clemenza di Tito,Atto III, Scena XII)

In tali versi appare il messaggio educativo che il drammaturgo vuole condividere con il pubblico della corte. Inoltre, nella licenza dell’opera il poeta si rivolge direttamente al re, paragonandolo al re Tito, il protagonista dell’opera.

Nivin Youssef conclude: “Metastasio e Alfieri sono due drammaturghi, ognuno dei quali aveva la propria proposizione di un paradigma etico su cui modellare la realtà.  Tuttavia esiste una specie di reciproco flusso d’idee tra i due poetiper cui il teatro riflette la vita fornendone una versione nobilitata, e la vita, a sua volta, dovrebbe ispirarsi al teatro nel tentativo di attribuire verità alle apparenze esemplari, sia nelle figure eroiche di Metastasio che hanno, come obiettivo, la diffusione delle virtù destinata a propagarsi dalla scena, sia nella rappresentazione alfieriana di un universo che si configura come portatore di virtù per il pubblico, chiamato a riprodurre le imprese degli eroi libertari delle tragedie”.

[1]Tra le moderne nazioni non si dà dunque il titolo di tiranno, se non a quei soli principi, che tolgono senza formalità nessuna ai loro sudditi le vite, gli averi, e l’onore. Re, all’incontro, si chiamano quelli, che di codeste cose tutte potende pure ad arbitrio loro disporre, ai sudditi non di manco le lasciano; e non le tolgono almeno, che sotto un qualche velo di apparente giustizia. Cfr. Vittorio Alfieri, Della tirannide, a cura di Pietro Cazzani, Asti, Casa d’Alfieri, 1951, pp. 4-5.

Nermin Shawky

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