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“La riunificazione delle due Coree”. 51 quadri per declinare l’amore nelle forme in cui si manifesta

Data:

Al Teatro Vascello di Roma, fino al 2 aprile 2017

Amarsi troppo, non amarsi affatto e convivere, amarsi e non essere compresi, rifugiarsi nell’amore o sfuggirlo. L’amore non è definibile, ma le forme in cui si manifesta possono essere riconosciute da tutti. Declinarlo è quello che fa Joël Pommerat in La riunificazione delle due Coree, portato in scena al teatro Vascello dal 28 marzo al 2 aprile con la regia di Alfonso Postiglione.

Passato al Teatro Nuovo di Napoli dal 22 al 26 marzo e atteso dal 4 al 9 aprile alle Fonderie Limone del Teatro Stabile di Torino, ha debuttato il 13 giugno 2015 a Castel Sant’Elmo, al Napoli Teatro Festival Italia. In 18 quadri per 51 personaggi, affidati a 9 attori (Sara Alzetta, Giandomenico Cupaiuolo, Paolo De Vita, Biagio Forestieri, Laura Graziosi, Giulia Innocenti, Gaia Insenga, Armando Iovino, Giulia Weber) si mostrano differenti rapporti d’amore (perché dire di coppia sarebbe riduttivo), anime gemelle divise, metaforicamente come le due Coree.

riunificazione_luigi maffettone-1907Quando si ama? Come? Fino a che punto? Ognuno ha le sue risposte, lo spettacolo prova solo a darne degli esempi mettendo in scena situazioni paradossali proprio come è l’amore. Per questo si ride tanto e si piange altrettanto, come degli innamorati l’adrenalina scorre liberandoci dai nostri preconcetti. La composizione dell’opera sembra orientarsi su questa irrazionalità che può sembrare ridicola. Le scene sono incorniciate da momenti di follia in cui gli attori insieme ballano scomposti e allegri giocano tra loro come in una gran festa.

I racconti coinvolgono pochi personaggi (solitamente due, tre, con piccole eccezioni) ma è l’intero gruppo a costruirli e darne energia. Oltre ai momenti sopracitati, un esempio è la fine di alcune scene in cui si sente il rumore della pioggia e un attore viene a prendere i personaggi con l’ombrello per portarli fuori. Come se le storie fossero sogni e d’un tratto ci si svegli nel cuore della notte, a quel punto un caro viene a tranquillizzarci per farci riaddormentare.

Le luci inquadrano lo spazio, spesso una linea continua da quinta a quinta, una sezione orizzontale. Sullo sfondo un quadro che sembra la finestra di una cattedrale dalle forme geometriche, anche una serie di clessidre. Il quadro gira, cambia colore illuminando il palco di blu, di rosso, di verde. Inoltre si riempie, come la sabbia che segna il tempo, per svuotarsi alla fine. Un palco scarno con pochi elementi simbolici, studiato con grande efficacia da Roberto Crea.

Quanto tempo occupa l’amore? Nessuno o tutto, perché esula il tempo e di tempo non sanno niente neanche gli spettatori che lo sentono infinito. Le scene si susseguono, non si riesce ad affezionarsi a una storia che subito si passa all’altra e non c’è un climax a scandire i minuti. L’intensità di alcuni momenti ci trascinano dentro il loro sentire che paiono attimi rapidissimi. Intanto sono trascorse quasi due ore. Se ciò che viene raccontato è degno di nota, lo è anche l’interpretazione. Gli attori passano da un ruolo all’altro mantenendo sempre un principio di verità, credibili e tangibili.

Su tutte è da menzionare la forza della storia del maestro e della donna che ha perso la memoria. Un maestro viene accusato per aver aiutato un bambino della sua classe deriso dai compagni, quando mostra il suo amore si dubita della sua pedofilia. Un uomo e una donna si sono amati tanto che quando si sono conosciuti è parso che le due coree si fossero riunificate, persone che non si vedano da anni, si ritrovano cittadini dello stesso paese. Poi lei piano piano ha perso la memoria, ora vive in una casa di salute. Il marito la va a trovare ogni giorno col tormento di avere a fianco l’amata, ma dover ricominciare tutto da capo. Una presenza senza coscienza, eppure continuo ad amarla.

Uno spettacolo delicato come una piuma che plana nell’aria e al tocco solletica, scompone e poi acquieta.

Federica Guzzon

di Joël Pommerat
traduzione di Caterina Gozzi
con Sara Alzetta, Giandomenico Cupaiuolo, Paolo De Vita, Biagio Forestieri, Laura Graziosi, Giulia Innocenti, Gaia Insenga, Armando Iovino, Giulia Weber
scene Roberto Crea
costumi Marianna Carbone
musiche Paolo Coletta
scrittura fisica Simona Lisi
aiuto regia Beatrice Tomassetti
regia Alfonso Postiglione
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro
in collaborazione con La Corte Ospitale (Rubiera) e Armunia Festival Inequilibrio (Castiglioncello)

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