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“La clemenza di Tito”. La data mozartiana del Maggio è un successo

Data:

Dal 20 al 27 marzo 2019 al Teatro del Maggio Fiorentino, Opera di Firenze

Il folto pubblico, con un numero rilevante di giovani, presente al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino per la replica serale di venerdì 22 marzo 2019, ha chiamato più volte al proscenio, con applausi convinti ed insistiti, gli interpreti, i coristi e i direttori dell’orchestra e del coro del Maggio impegnati nella realizzazione de La clemenza di Tito, l’opera seria musicata da Mozart in un mese e mezzo circa nell’estate del 1791.

Quando nel mese di luglio Mozart ricevette la commissione dell’opera dall’impresario Domenico Guardasoni (su mandato della Commissione Teatrale degli Stati Boemi) per celebrare l’incoronazione del granduca Leopoldo II d’Asburgo a re di Boemia, il musicista stava lavorando e dovette sospendere Il Flauto Magico che riuscirà a terminare e il Requiem, che resterà incompiuto; l’opera infatti doveva andare in scena a Praga il 6 di settembre dello stesso anno con i caratteri di serietà e di solennità “classica” consoni ad un evento di tale levatura. Il soggetto scelto, anzi imposto a Mozart era stato versificato da Pietro Metastasio nel 1734 e già musicato da Antonio Caldara per Carlo VI, nonno di Leopoldo, e successivamente era stato messo in musica decine di volte da diversi musicisti, fra i quali Hasse e Gluck, con esiti però non esaltanti. Per dare al testo un carattere più moderno il poeta di corte Caterino Mazzolà ridusse i tre atti di Metastasio a due, trasformò alcune arie in pezzi d’insieme e tolse molti recitativi mettendo in maggiore evidenza la figura del protagonista Tito, exemplum di sovrano comprensivo, saggio e dotato di grande umanità; caratteri che troveranno nella partitura di Mozart un respiro nuovo e moderno rispetto alle convenzioni operistiche del tempo.

L’allestimento felicemente riproposto dal cartellone del Maggio è quello elegante e funzionale che  debuttò nel 1997 all’Opéra Nationale de Paris, con la regia di Willy Decker, adesso ripresa da Rebekka Stanzel; concertatore e direttore dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, il maestro Federico Maria Sardelli, con piglio svelto e sicuro, ha impresso un ritmo efficacemente coinvolgente a tutta l’opra, mentre il Coro del Maggio diretto da Lorenzo Fratini si è fatto ammirare anche per le bellissime acconciature e per i raffinati costumi neri, che formavano un felice contrappunto al pur sobrio cromatismo dei costumi degli interpreti, svarianti dal color panna, al grigio, ad un bel giallo antico e al porpora. Al levarsi del sipario dipinto con tratti coloristici fluidi e nervosi a la Boldini, funzionali alle immagini che evocano la poesia onirica di Chagall, la scena concepita da John MacFarlane (che firma anche i costumi) mostrava un grande fondale a forma di cilindro spezzato contenente un enorme blocco marmoreo impacchettato (alla maniera di Christo) che nel corso dell’opera si trasforma gradatamente in una scultura di impronta dechirichiana raffigurante il protagonista Tito, che per quanto tradito dalle persone a lui più vicine (Sesto e Vitellia) non verrà mai meno alla sua umana e celebre clemenza, alla sua pietas per l’umanità vittima del potere, dal quale tutti sono travolti indipendentemente dalla loro volontà personale. Intorno alla statua che nel susseguirsi dei quadri si va delineando, si dipana la vicenda dei protagonisti: Tito Vespasiano è Antonio Poli, Vitellia Roberta Mameli, Servilla Silvia Frigato, Sesto Giuseppina Bridelli, Annio Loriana Castellano. Tutti interpretano con notevole immedesimazione i rispettivi ruoli, e danno vita ad uno spettacolo nel quale la raffinatezza si coniuga con la forza sia scenica che vocale dei protagonisti, i quali, pur con diversi accenti e capacità tecniche, hanno contribuito alla realizzazione di uno spettacolo riuscito e convincente.

In merito a questa estrema opera del genio di Salisburgo, il maestro Federico Maria Sardelli si è così espresso: “E’ un’opera considerata in maniera controversa dai critici che si sono succeduti dal Settecento in poi. C’è chi la considera il capolavoro di Mozart, chi un’opera non compiuta, chi un salto nel passato dopo le grandi novità della trilogia di Da Ponte o dello stesso Flauto Magico. Io non credo a nessuna di queste interpretazioni: Mozart è un uomo di grande aderenza contemporanea, un uomo moderno per gli standards del suo tempo. Viene chiamato a celebrare un monarca e sceglie un libretto che celebri un monarca, quindi opta per qualcosa di chiaramente convenzionale nel tema, ma non altrettanto convenzionale nella scrittura musicale. Il finale del primo atto è di una potenza espressiva che non si era mai sentita in un’opera seria di quegli anni, e questo ci dà la misura di cosa sarebbe riuscito a fare se fosse vissuto altri dieci, venti anni e non fosse morto di lì a tre mesi. Da una parte dunque è un’opera convenzionale perché ne ha l’ossatura, dall’altra abbiamo tutto il Mozart del Flauto magico e di Da Ponte. Non è un salto nel passato, non è un’opera minore, non è un’opera controversa, è come lui avrebbe continuato a scrivere se avesse vissuto ancora”.

Moreno Fabbri

 

Artisti
Maestro concertatore e direttore
Federico Maria Sardelli
Regia
Willy Decker
Scene e costumi
John Macfarlane
Luci
Hans Toelstede
Tito Vespasiano
Antonio Poli
Vitellia
Roberta Mameli
Servilia
Silvia Frigato
Sesto
Giuseppina Bridelli
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Allestimento dell’Opéra National de Paris

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