RICETTA come SPETTACOLO: MARATONA BIENNALE COLLEGE

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Biennale di Teatro

Seguendo il fil rouge del tema portante di quest’anno, Drammaturgie, è un titolo che ha necessariamente portato gli artisti presenti a interrogarsi e a parlare della grammatica teatrale e cercare di capire e comprendere dove ci siano i confini, se ci sono, quando si parla di scrittura teatrale o scrittura scenica.
Il paragone che è venuto in mente è quello con le Ricette: per fare un buon piatto c’è bisogno di materie prime importanti e di alta qualità, e di altrettante materie di base che, di fatto, corrispondono a quella che teatralmente si chiama grammatica e che sono necessarie per rendere sofisticata anche la più semplice delle ricette, poi c’è da considerare le mani che creano questa ricetta, di chi sceglie gli ingredienti e li amalgama, ed è proprio l’aggiunta che fa la differenza.
Con questi presupposti sono stati chiamati sei Maestri (presenti in Biennale) a lavorare su una “ricetta”, qualsiasi essa sia, creando insieme agli attori e loro collaboratori il piatto da servire al pubblico con CAFFE’, TE’ O TAXI? Per l’esito finale dei laboratori tenuti per la Biennale College. Mi immergo con questi presupposti nella ormai classica “maratona finale” al Teatro delle Tese lunedi 5 agosto come tappa finale di tutto questo percorso .
Venti minuti a disposizione per ogni regista/autore che presenta al pubblico il risultato finale del loro lavoro per un totale di quasi 200 minuti di performance, intensi, sudati, applauditi, e ispirati.

Apre le danze FRANCO VISIOLI e ANNELISA ZACCHERIA con ALGORITMO con una performance studiata e scandita dal suono, come supporto portante di tutta la struttura scenica; il suono con cui relazionarsi, che crea movimento, che trasforma gli oggetti ordinari in oggetti straordinari, dandone una nuova lettura e una nuova vita, cercando di scardinare le diverse azioni che nel quotidiano abbiamo con gli oggetti scomponendone la loro reale funzione.

MONICA CAPUANI porta in scena IN(SALA)TA MISTICA
Il testo è il protagonista assoluto, brevi dialoghi o monologhi visti in successione, presi dagli autori più briosi della carriera di Capuani come: Annie Baker, Caryl Churchill, Edward Albee e Brian Fiel.
Il testo a servizio del pubblico – dettaglio fondamentale del teatro, senza il quale non potrebbe compiersi – in un’esperienza che porta lo spettatore a fondersi rapidamente con le parole e le situazioni lette.

THOM LUZ con PARTITURA INCOMPIUTA ci porta in un piccolo viaggio attraverso una scena il cui elemento predominante è il corpo scenico del perfomer, attraverso movimenti che scandiscono – come una composizione – una sinfonia che si sviluppa attraverso tante micro scene e azioni, simili, ripetitive ma mai uguali a se stesse e che producono effetti interessanti. Per Luz lo spettacolo è da sviscerarsi come una soluzione musicale, in cui il performer è invitato a costruire la scena, sentendosi libero di creare ma allo stesso tempo con la responsabilità della struttura sinfonica da costruirsi.

SUSIE DEE con M/M/M si è fatta ispirare proprio dalla tematica della ricetta, pensando a tre ingredienti principali: Sostanza, Scompiglio, Significato.
In scena porta una composizione particolare, a tratti frammentata in tante micro scene delicate e intense, movimentate e lente, poetiche ed estreme. La combinazione di suono, movimento e azione fa si che il risultato sia estremamente impregnante e d’effetto. Il significato? Lo sto ancora elaborando.

MICHELE DI STEFANO con DRY MARTINI ci regala una restituzione in cui il corpo è voce, e secondo questo principio i tanti corpi presenti in scena diventano un coro, la cui azione frammentata e sequenziale, ripetitiva ma allo stesso tempo personalizzata tratteggia questa coesione di pochi elementi d’azione centellinati ma che si ripetono in successione, con maggiore o minor enfasi. Qui il caffè non lo beve nessuno, si opta per un bel Martini.

JULIAN HETZEL con THE ART OF IMPACT ci offre una restituzione molto intesa e visiva.
Se dovessimo batterci oggi, fisicamente – come una lotta a corpo libero- per cosa ci batteremo? Per delle nostre battaglie personali? Per l’ecosistema? Per i diritti umani?
Assistiamo a questo susseguirsi di combattimenti, in cui ognuno combatte la propria battaglia da solo, contro la battaglia di qualcun altro, cercando la vittoria, riuscire a stare vincitore unico nel campo di battaglia.
Pensandola in un contesto più esteso la perfomance ci porta a riflettere: come le tante micro battaglie del quotidiano in cui veniamo afflitti e che ci vedono protagonisti in prima persona ci porti ad essere ogni giorno vittima e carnefice e di come non ci sia mai un vero vincitore.

Cristina Zanotto

 

Grazie alla Biennale di Venezia
Foto Andrea Avezzù

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