“SOUL ETUDE”. Intervista a Stefania Ballone

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Danzatrice del Teatro Alla Scala, affianca da qualche anno anche l’attività di coreografa: incontriamo Stefania Ballone prima del suo SoulEtude, il secondo spettacolo in scena all’interno del Festival MilanoOltre nella stessa serata di De Vita.

Stefania, raccontaci del tuo nuovo lavoro, che immaginiamo essere sicuramente non classico.

Sicuramente un danzatore od un coreografo puramente contemporaneo potrebbe pensare che c’è comunque del classico, perché non posso negare le mie origini, la mia formazione; anzi, ho deciso che voglio valorizzare quello che sono e la fortuna di aver fatto una delle scuole più grandi del mondo (l’Accademia del Teatro Alla Scala, NDR), e di far parte di una casa così bella ed enorme; ciò nonostante il desiderio di sconfinare c’è sempre stato: un po’ la curiosità ed un po’ anche mi veniva naturale confrontarmi con linguaggi diversi, anche un po’ il dare una mia interpretazione nella gestualità iperaccademica; c’è sempre stata una volontà di emergere in un’altra maniera mia personale.

SoulEtude nasce dall’imposizione e dalla forzatura di solitudine che abbiamo subito. Inizialmente nasceva come un assolo, ma nel processo creativo avevo già immaginato un cover, una ragazza molto giovane della Scala, che ho invitato a lavorare con me, sentivo che dovevo fare così. Iniziando a lavorare con lei ad un certo punto mi sono resa conto che la sua energia combaciava totalmente con la mia, per cui ho sentito la necessità di averla in scena. Tornate poi dalle vacanze questa ragazza ha avuto seri problemi al collo, per cui ora con me c’è Alessandra Vassallo,una solista della Scala, bravissima! Quindi non sono da sola, mi sono resa conto che nella solitudine ho fatto un viaggio attraverso un po’ di strati di me, dove ci sono echi, risonanze, parti di me che riaffiorano, parti in conflitto che si staccano per poi rientrare. Mi piaceva raccontare questa dualità. Mi piaceva raccontare questa cosa attraverso due corpi: dopo tutta questa solitudine non voglio più restare da sola neanche in scena! Musicisti meravigliosi come Taketo Dohara e Cesare Picco si sono subito appassionati al progetto. Ho lavorato sul senso della gestualità, sono quattro momenti che sono quattro zone di me: ogni quadro ha la sua gestualità e racconta qualcosa. Il primo è un conflitto, un caos, una scissione; il secondo è più nostalgico, è la parte dei ricordi, delle emozioni, del passato che spesso riaffiora; il terzo è un lavoro sull’eco, poi si può ritrovare una quadra ad un certo punto, accettare che non siamo totalmente unici ed integri, ma si deve prendere coscienza della molteplicità del nostro essere. Da questa narrazione i musicisti hanno costruito la musica: sì, la musica è stata costruita a posteriori. Mi piace partire dalla gestualità della danza e che poi la musica sia una cornice, qualcosa che arrivi dopo, e qui si inserisce in maniera armonica e molto particolare. Non danziamo sulla musica ma ci facciamo in viaggio, la musica fluttua, è fluida, non è didascalica. Mi piace molto questo tipo di processo, il linguaggio del corpo ha un senso compiuto totale: oltre alla parola noi ci esprimiamo con il corpo, è una forma di estrema conoscenza. Ogni gesto ha un suo significato, cosa importante anche per i musicisti. Poi c’è Stephan Janson, il mio costumista da sempre, ci siamo subito trovati: lui da piccolo andava a spiare Zizi Jeanmaire, e deve anche un po’ a lei il suo inizio nella moda. Si è appassionato alla danza ed al movimento, ci completiamo totalmente in una bellissima armonia. Anche le luci hanno un ruolo fondamentale; mi sono resa conto che non riesco a prescindere dall’emotività, non riesco a fare una cosa che sia totalmente solo fisica e la luce rientra in tutto questo discorso narrativo.

SoulEtude è in prima nazionale qui a MilanoOltre.

Sì, debutto oggi, ma mi piacerebbe portarlo avanti, è stato un lavorone, più difficile di quello che pensavo, tecnicamente ed artisticamente. Spero di poterlo potare avanti; avevo già fatto MIlanoOltre nel 2016 con Massimo Murru, una coreografia portata poi all’Aterballetto, ma Massimo si stava ritirando come danzatore e quindi non l’ho portato avanti più di tanto. Personalmente mi ammazzo proprio: non mi fermo mai, lavoro tanto come danzatrice alla Scala, poi ho il resto. Sono anche manager di me stessa,mi occupo un po’ di tutto, sono anni in cui mi sono sdoppiata tantissimo, ma sono abituata perché già quando ho iniziato danzavo e facevo l’università. Credo molto che più il pubblico è preparato più può godere dello spettacolo. Bisogna abbattere la distanza fra l’autore ed il pubblico, specie sul contemporaneo!

Progetti futuri?

Sto conoscendo musicisti meravigliosi, in primis Francesco Libetta, uno dei pianisti più virtuosi del mondo, con cui sto sviluppando diversi progetti, tra cui Coreofonie: abbiamo girato in tre anni un film nel Salento, con danzatori della Scala e lui che suona dal vivo. Il gesto produce suono, il gesto si fa danza. Poi ho un progetto con due musicisti romani con cui inizierà una collaborazione; un festival; passi a due per colleghi della Scala che devono portare in vari galà, sono solisti e primi ballerini. Ci sono anche altri sogni nel cassetto che mi piacerebbe realizzare, temi e personaggi da affrontare. Non solo punte insomma!

Il tuo ruolo preferito del repertorio classico.

Ce ne sono diversi! Ho interpretato più ruoli solistici, non ho mai interpretato Giselle oppure Odette-Odile; devo dire che adoro le Fate de La Bella Addormentata, le Pietre Preziose, ma anche i valzer, l’ingresso dei Cigni… C’è quell’insieme, l’energia comune, la precisione del gesto, la fila da rispettare… C’è un mix di ingredienti che lo rende per me più affascinante che noiosa, la sfida di non sbagliare, di essere tutti uguali; mi piace sentire l’energia del gruppo, cercare di sentirci tutte insieme… Sono emozioni che siamo fortunate ad aver vissuto!

Chiara Pedretti

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