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L’”Ernani” di Kunde infiamma il Municipale di Piacenza

Data:

Teatro Municipale di Piacenza, recita del 19 dicembre 2021

Ernani, tratto dal dramma di Victor Hugo è il primo dei cinque melodrammi che Giuseppe Verdi scrisse per il Teatro la Fenice di Venezia, dove andrà in scena nel 1844: fu un successo fin dal suo apparire, nonostante la non perfetta resa dei cantanti, pur di grido. Da ricordare come l’occhiuta censura austriaca trovò la scena della cospirazione sulla tomba di Carlo Magno un po’ “troppo pericolosa”: avrebbe potuto incitare gli italiani alla rivolta…Nel 1848, l’opera è presa a modello sia per il cappello del protagonista, indossato dai sostenitori della causa nazionale, sia per il coro del terzo atto “Si ridesti il Leon di Castiglia”, cantato anche per strada, e applauditissimo nelle successive rappresentazioni, provocando l’intervento della censura. Ernani è un fulminante risultato della produzione del cosiddetto periodo del “primo” Verdi ed entusiasma ancor oggi: le sue arie melodiose e gli insiemi drammatici, sanno accattivarsi i favori del pubblico. Dal Teatro Municipale di Piacenza è partita l’avventura di questo nuovo Ernani, una coproduzione Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia che vede il punto di forza (e d’interesse) in Gregory Kunde, al debutto nel ruolo del protagonista, cantato finora solo in forma di concerto. Alla non più tenera età di sessantasette anni il celebre tenore statunitense, artista che vive ancora il suo “mestiere” come una missione, un trascinatore di passioni come ormai se ne vedono sempre meno, si è dato completamente al pubblico che l’ha letteralmente osannato.  Dal Sol in su, la sua voce prende il volo e lo squillo e la duttilità sono ancora straordinari. La famigerata ottava bassa di Kunde, invece, è ormai utilizzata alla stregua di un vezzo non curandosi granché di mascherare suoni afoni, talvolta “sporchi” e malfermi, che il tenore esibisce quando scende al grave. Una caratteristica della voce del tenore americano, facilmente tollerabile quando il resto dell’esecuzione ha l’impronta della geniale e passionale generosità di partecipazione. Il canto, la sua intensa interpretazione della partitura di Verdi, trasfigurano la presenza scenica evocando il personaggio e le situazioni sceniche condannando in aeternum le bislacche quanto inani attualizzazioni registiche. Kunde, non pago di non essersi risparmiato nel rendere l’usuale partitura di Ernani, ha aggiunto il finale alternativo del II atto “Odi il voto, o grande Iddio” con relativa cabaletta “Sprezzo la vita”, resa al calor bianco. Pagina scritta da Verdi nel 1845 per il tenore Nicolaj Ivanov che nulla aggiunge, anzi sbilancia l’equilibrio drammaturgico della partitura, ma si deve pur riconoscere che con un simile tenore in palcoscenico è stato un puro godimento, a mo’ di “beneficiata” come si usava nel secolo scorso, con entusiasmo alle stelle. Elvira era il soprano Francesca Dotto, anche lei al debutto nella parte, dotata di eleganza scenica, canta con grande generosità senza risparmiarsi, fraseggiatrice mai banale. Il timbro è lirico, modula bene una voce capace di finezze e smorzandi, precisa nelle colorature, anche se gli acuti non sono sempre timbrati e il “medium” suona, purtroppo quasi vuoto. Dizione curata e impegno nel fraseggio, ma alcuni passi, tra i più drammatici e salienti della partitura, cadono in una tessitura troppo bassa per il suo strumento vocale, costringendola a gonfiare i suoni. Accenti di fierezza ben in evidenza che più risalterebbero se il volume di voce non fosse piccolo, spesso evanescente per la parte di Elvira, rendendola subalterna nei concertati. Impressionante, invece, per volume di voce il Don Carlo di Ernesto Petti, dal timbro corposo pur non sempre limpido: nel bilancio delle passività va inserito un primo e un secondo atto con vistosi problemi d’intonazione uniti a una genericità d’interprete, mancante nel trovare veri accenti di nobiltà al regale personaggio. Così fino al difficile “Vieni meco sol di rose” cantato con suadente mezza voce che riempiva la sala e capace di smorzare ulteriormente nella ripresa (anche se il timbro resta sempre un po’ sabbioso), mostrando una miglior cura della linea vocale. Nel successivo terzo atto ha eseguito un pregevole “Oh, de verd’anni miei”. Un baritono alla ricerca di una sua precisa identità, spesso impersonale, di cui però si devono rimarcare una coppia di acuti fulminanti e di rara bellezza. Don Ruy Gomez de Silva era il basso Evgeny Stavinsky, timbro omogeneo, dizione ieratica e una non disprezzabile autorità nel porgere che mai sconfina nella retorica del basso verdiano. I momenti migliori li ha trovati in Infelice e tuo credevi dai toni accorati, così come efficacemente resa la cabaletta seguente; toni mesti nel duetto con Don Carlo e amorosamente toccanti gli accenti di Io l’amo. Direzione appropriata al contesto, di alta routine di Alvise Casellati, alla guida dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini, che si segnala per la solida tenuta, specialmente nelle grandi scene di massa, più che per l’originalità di scavo sapendo pur trovare toni e colori adatti alla fosca vicenda. Pessima Giovanna di Federica Giansanti, corretto Don Riccardo di Raffaele Feo e Alessandro Abis lezioso Jago. Il Coro del Teatro di Piacenza si è rivelato il punto debole della produzione, quasi sempre “in ritardo” ha eseguito flebilmente Si ridesti il leòn di Castiglia, senza infiammare gli spettatori, passando quasi inosservato. Uno spettacolo che non brilla per creatività e fantasia, nonostante il ricorso (abusato e francamente troppo déjà vu) dei video che inizialmente si sposano con le grandi cornici del primo atto per arrivare facilmente all’assuefazione (e al disturbo per l’occhio, per l’infinito movimento), quello creato dal regista Gianmaria Aliverta in coppia con le scene di Alice Benazzi ci ha fatto spettatori di un lavoro che una tantum ha rispettato le didascalie riportandoci al clima degli sceneggiati tv anni ’60. La fusione tra trovarobato e proiezioni (in alcune scene si affastella un po’ di tutto), il ricorso a tableaux vivants è stato apprezzato a metà. Applausi calorosi per tutti, ma il vero trionfatore della serata è stato Gregory Kunde che ha saputo esaltare una creazione operistica di straordinaria potenza.

gF. Previtali Rosti

Foto di Gianpaolo Parodi

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