Sogno americano infranto: “Un tram che si chiama desiderio”

Data:

Al Teatro Franco Parenti di Milano, 16 – 27 Febbraio 2022

Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams, visto dopo anni dalla prima mondiale del 1947 non preoccupa più i padri di famiglia (che non permisero alle figlie di andarlo a vedere, alla prima italiana del 1949) o pruriginosi recensori che si scandalizzarono per la traduzione troppo cruda auspicando che “…il lessico dei sinonimi del Tommaseo abbia suggerito a Guerrieri – autore della traduzione – qualche altro vocabolo per sostituire quelli volgari che abbiamo udito venerdì sera (C. Trabucco, Il Popolo 23.1.1949). Del lavoro di Williams resta intatto il pessimismo, il realismo esasperato e calcato in toni spesso ossessivi che si spinge fino alla violenza pura, fisica e mentale: non sono più le passioni, ma gli istinti primordiali e compressi a prevalere, oltre ai sensi. Abituati alla violenza quotidiana che permea il nostro quotidiano, il testo riesce ancora a colpire più che commuovere, con atmosfere da incubo ben rese dall’impianto a scena fissa (e dalle luci) ideato da Pierluigi Pizzi, in quel sottoscala dove sembra non arrivi mai la luce del sole. A distanza di tempo Un tram che si chiama desiderio si fa notare per quello che è, un episodio di cronaca raccontato con abilità scenica, in cui emergono le illusioni che lentamente, ma inesorabilmente, naufragano nella follia della protagonista. Blanche DuBois è un personaggio complesso, in bilico tra realtà, che rifugge con ostinazione, e finzione – creata dal suo immaginario – ricercata spasmodicamente e nella quale si rifugia per sopravvivere alla crudezza del mondo. La luce che la circonda, quella filtrata dal paralume di carta di riso, è tragica metafora della psiche lunare di Blanche. La DuBois dopo la morte del marito suicida, precipitata in una spirale perversa di alcool e ninfomania, perduta la tenuta di famiglia, fugge da quel mondo – il Sud degli Stati Uniti – che l’ha cresciuta satura di spirito borghese e classismo (ma anche di fascinoso e seducente calore), cercando rifugio in casa della sorella, Stella. Qui, cerca di salvaguardare il suo mondo, ma si scontra con quello maschilista e violento del cognato, Stanley. È in questo scontro che la finzione – che la porterà fino alla follia – pare essere, a Blanche, l’unico scudo di protezione per sopravvivere all’interno di un mondo. Così gli altri episodi che formano il Tram possono essere apprezzati per il disegno psicologico (non certo per risonanze poetiche) che non confluiscono in una struttura drammatica a tutto tondo. Certo il personaggio di Blanche balza in primo piano ed è ben tornito, ma gli altri che le ruotano attorno sono senza grande spessore, appena scandagliati, pure figure di cartone. Vigorosa l’interpretazione di Mariangela D’Abbraccio (due terzi dello spettacolo sono sulle sue spalle, senza intervallo!) che fin dal suo ingresso in scena mostra cosa significhi impossessarsi di un personaggio: la sua Blanche è già lontana da sé e dalla realtà sin dall’inizio, quasi a sottolineare ulteriormente i traumi e la fragilità che la vivono. L’avvitarsi delle chimeriche speranze, sempre più lontane dalla realtà, il lacerante agitarsi di animale braccato a parare i colpi di un destino avverso, le prime lugubri avvisaglie dei segni di follia sono stati resi in maniera intensa e vissuta dall’attrice. Quelle sue mani inquiete ed espressive, appendice sempre in movimento a sottolineare l’inquietudine e il vivere spinto in un vicolo cieco da cui è impossibile uscire, erano degno complemento a ulteriore risalto alla stessa parola e ai toni pur ricchissimi. Una recitazione coinvolgente per varietà di colori e sfumature di stati d’animo, resa anche con espressioni inizialmente imperative, lacerate poi da impotenze e scontri con la realtà. Stanley, il cognato di origine polacche di Blanche, è un uomo duro, violento e maschilista. Il suo modo di vedere e leggere il mondo è terraneo, disincantato e profondamente ignorante si scontra con quello di Blanche. Per Stanley ogni tipo di libertà e di autonomia di Stella, la moglie, e di Blanche deve essere ricondotto alla sua legge, quella del più forte ossia del maschio dominante, tanto Stella ne è succube. Daniele Pecci cavalca di Kovalsky il lato più prevedibile, quello di una violenza gratuita quanto bestiale, un bruto privo di qualsivoglia capacità di relazione affettiva, tratteggiandone un’interpretazione limitata agli atteggiamenti mascolini e taurini della violenza, tralasciando aspetti più complessi della tossicità del violento. Stella è vittima di Stanley, una donna assertiva, dominata e per questo annullata. Per “amore” del marito, dismette gli abiti della borghesia e relativizza la sua formazione culturale, rendendosi ordinaria come il compagno. Giorgia Salari, unica oltre alla protagonista che tenta di inserirsi nel solco di una recitazione degna di tal nome è sicuramente adatta, da un punto di vista fisico, al ruolo di Stella senza però riuscire a rendere appieno i tratti di dipendenza e di sottomissione. Gli altri, preso atto dell’inconsistenza dei rispettivi personaggi, brancolano in una recitazione di maniera, con l’unica menzione per il Mitch misurato e in parte persuasivo di Eros PascalePier Luigi pizzi offre, come regista, la solida concezione dei movimenti e dello spazio, focalizzando sui due personaggi principali la tensione e l’attenzione dello spettatore e non calcando troppo il pedale sul leit motiv della violenza che fa da sfondo alla pièce, compresa la famosa scena dello stupro di Blanche, accennata da dietro un vetro opaco, risolta a beneficio dell’immaginazione. Caloroso successo per la protagonista, festeggiata con il resto della compagnia. Visto al Teatro Franco Parenti – Milano

gF. Previtali Rosti

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