“THE BATMAN”, UN EROE NUOVO: DETECTIVE, RIBELLE, ARTISTA

Nella sequenza iniziale del film l’uomo pipistrello, accompagnato e quasi scortato dal tenente Gordon, si fa largo tra i poliziotti increduli e giudicanti, ed entra in una scena del crimine: quindi esamina il cadavere, valuta le tracce, si aggira alla ricerca di indizi. Il segno di rottura con chi l’ha preceduto The Batman lo piazza fin da subito, non solo con il titolo che compare prima delle immagini, dove l’articolo determinativo “the” marca già un’idea di distanza significativa; questo Batman è un detective, che indaga, che deve smascherare un serial killer imprevedibile, esagerato, pazzo, che lascia enigmi indirizzati proprio a lui. È la classica caccia tra il predatore e la preda. Se Batman è un detective, allora Matt Reeves vuole dirci a chiare lettere che il suo film è prima di tutto un thriller; non più la fiaba gotica di Tim Burton, e nemmeno il poliziesco muscolare di Christopher Nolan. È un thriller cupo, sporco, violento, con venature noir e incroci degli orditi tipici dei film di mafia, immerso in una città che vive praticamente sempre di notte e bagnata da una pioggia incessante, moto perpetuo di una condizione dell’animo. Gotham è una città tetra e dolente, che esala cattivi odori per via della sporcizia e della criminalità che popolano le sue strade, i suoi bassifondi, i suoi angoli nascosti. Un film di atmosfera quindi, che rimanda a Seven di David Fincher nel contrasto tra ombre e luci (poche), nella rappresentazione velata del mondo, di una realtà così squallida quasi da essere inafferrabile, dall’aria malsana, rarefatta che è dappertutto. L’Enigmista, il serial killer che deve essere trovato e fermato, di fatto si muove un po’ alla John Doe, lascia indizi scritti su muri e lettera e vuole punire i peccatori bugiardi; intrappola le sue vittime in giochi diabolici come il Jigsaw di Saw; Gordon invece è Morgan Freeman e Batman spesso è quel Brad Pitt, istintivo e umorale. Un supereroe che come i suoi più vicini predecessori ha abbandonato completamente l’appellativo di super e di eroe, e ora anche la responsabilità di essere simbolo, icona, statua come accadeva in Il cavaliere oscuro – Il ritorno: un vigilante notturno umano, troppo umano, che si muove in questo mondo travestito da pipistrello, come in un ballo in maschera, tra altri esseri umani che hanno, al pari di lui, il passo pesante di chi porta sofferenze e pesi nella propria coscienza. Personaggi e contesto rendono perciò questo The Batman il film più serioso, più dark, più realistico realizzato sulla figura nata dalla mente di Bob Kane e Bill Finger.

The Batman non ha la robustezza cinematografica de Il cavaliere oscuro. Se i riferimenti di Christopher Nolan per la sua trilogia rimandano al Cinema di Michael Mann per messa in scena, linee visive, presentazione e interazione tra i personaggi, Reeves dal canto suo deve molto al lavoro fatto da Nolan: l’operazione di sottrazione e ibridazione che ha portato il supereroe a calarsi dentro un contesto reale intessuto di relazioni reali; la ricerca di uno stile che metta in scena l’azione, i combattimenti e gli inseguimenti in auto, lasciando che sia proprio il contenuto dell’inquadratura ad evocare il ritmo e la concitazione, e non i tagli di montaggio. La differenza più importante, e necessaria, allora risiede proprio nel personaggio principale: il Bruce Wayne di The Batman, interpretato da un Robert Pattinson sempre più bravo, non sorride quasi mai, vive ai margini della società, come un eremita, non esce mai allo scoperto, abita l’ombra a tal punto da diventare lui stesso ombra. È un uomo che scrive, che si appunta i suoi tormenti, quasi un autore bohemien che si rinchiude in soffitta o in cantina e si mette ad appuntare le lacerazioni del suo animo e i conflitti interni. È un uomo d’azione sì, ma anche il cavaliere oscuro nolaniano lo era, nonostante spesso lo scorgevamo fermo come un gargoyle in cima a qualche palazzo a pensare; qui Batman si siede alla scrivania e scrive per riflettere sulle sue azioni, per rileggere la sua missione, per confermare gli obiettivi, per rimarcare le sue speranze. È un artista. Perciò un ribelle, mi verrebbe da dire, che si oppone alla corruzione politica, al crimine organizzato, allo spaccio di droga, alle feste clandestine dove si imbastiscono trame sanguinarie alle spalle dei cittadini, anche i più retti, i più buoni. È un uomo religioso che vive la sua missione di salvare Gotham come una vocazione, come qualcosa a cui dedicare tutta intera l’esistenza, i pensieri, il cuore. Nemmeno l’amore, che lentamente si fa largo quando una sinuosa ed affascinante Catwoman si avvicina al pipistrello e osa invadere i perimetri difensivi eretti per proteggere la sua identità e la sua intimità, per tentare di custodire e preservare la sua morale, sembra distoglierlo dalla sua missione.

Ma ritorniamo alla sequenza iniziale, per chi vi scrive il vero apice di questa grande opera d’arte. Ai margini, quando Batman sta per andarsene e lasciare la scena del crimine, i suoi occhi notano e indugiano su un’impronta di sangue, lasciata dal piede di un bambino. Capisce che è stato proprio il figlio a trovare il cadavere del padre, ed è lì quel bambino, presente da qualche parte. Poi lo vede. Il bambino si volta verso di lui. Si guardano. Il passato di Batman, il presente, il futuro, si condensano felicemente e interamente in questo dialogo silenzioso, che nel film si presenterà poi anche in un altro paio di occasioni. Lì c’è la tragedia che l’eroe ha vissuto per la perdita dei genitori, lì c’è un presente che chiede di essere aggiustato, salvato, liberato, ripulito, non con la vendetta, ma con la giustizia. Lì, in quello sguardo, c’è il futuro, il cambiamento, un sogno di pace, al pari di quello sguardo, fugace, che chiude il film, in un senso narrativo circolare perfetto, che si posa su uno specchietto retrovisore della moto per qualche secondo a mostrare Selina Kyle che si allontana, nell’inquadratura più romanticamente tormentata del film, più bohemien appunto, e con lei la possibilità dell’amore, di un’idea, di una scelta diversa. Non c’è vocazione senza sacrificio.

The Batman è un film di impronte: non ci sono pipistrelli in un pozzo che svolazzano e creano traumi psicologici, qua la paura è un’impronta rossa di sangue, visibile anche nel buio più fitto e pervasivo, così tangibile da ricordarti chi sei, da farti toccare le ferite e le cicatrici che attraversano la storia della tua vita. Ma poi è anche un film di sguardi e riflessi, che ti dicono chi eri e chi dovrai essere, che ristabiliscono un senso, che costruiscono la speranza, che accendono una luce e placano la pioggia.

Simone Santi Amantini

Nella sequenza iniziale del film l’uomo pipistrello, accompagnato e quasi scortato dal tenente Gordon, si fa largo tra i poliziotti increduli e giudicanti, ed entra in una scena del crimine: quindi esamina il cadavere, valuta le tracce, si aggira alla ricerca di indizi. Il segno di rottura con chi l’ha preceduto The Batman lo piazza fin da subito, non solo con il titolo che compare prima delle immagini, dove l’articolo determinativo “the” marca già un’idea di distanza significativa; questo Batman è un detective, che indaga, che deve smascherare un serial killer imprevedibile, esagerato, pazzo, che lascia enigmi indirizzati proprio a…

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