Napoli “E’”!

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Dopo il breve “giubileo romano” del biennio 2000/2001, lo Scudetto del campionato di calcio italiano è stato appannaggio esclusivo delle tre grandi del Nord (Juve, Inter e Milan) per i successivi ventun anni: un’eternità! Per questo credo che questo storico terzo titolo del Napoli vada apprezzato, oltre che dal punto di vista sportivo, anche per il suo significato “politico”: un inatteso segnale di democratizzazione – che, si spera, possa avere un seguito – del Calcio italiano, un’apertura al possibile che ci riporta alla mente i favolosi anni Ottanta del secolo scorso, l’epoca d’oro dell’Italia pallonara, quando tutti potevano coltivare legittimi sogni di gloria, e società come Hellas Verona e Napoli riuscivano a inserirsi in albo d’oro accanto alle squadre più blasonate. Certo, era un Calcio molto diverso da quello attuale, nel quale le vittorie sono ormai totalmente (o quasi) vincolate al fatturato. All’epoca c’erano meno disparità economica e più valorizzazione dei vivai, quindi maggiori possibilità, se si avevano la pazienza e la competenza necessarie, di costruirsi “in casa” una squadra vincente senza dover spendere chissà quali cifre, innestando magari giusto qualche campione in un robusto telaio “domestico” già consolidato. Questo Napoli, pur non essendo riconducibile allo stile “vivaistico” (ormai tramontato) di cui sopra, rappresenta comunque una felice eccezione nel panorama calcistico contemporaneo: non è una Società “povera”, certo, ma ha saputo imporsi nei confronti di avversarie ben più strutturate a livello economico, riscoprendo il valore di un elemento chiave, la programmazione, troppo spesso sacrificato alla filosofia del “tutto e subito” che oggi va per la maggiore e che invece era molto considerato in passato (ed è questo l’elemento che lo accomuna, per esempio, al Napoli del primo Scudetto e alle altre sorprese degli anni Ottanta). Non è, dunque, un successo arrivato per caso né, come affermano alcuni detrattori in modo riduttivo, un evento interamente riconducibile all’anomalia del Mondiale giocato in autunno. E’ una vittoria costruita gradualmente, dopo anni di crescita e consolidamento ai vertici del Calcio italiano.

Lasciatasi alle spalle l’interminabile serie dei nove titoli consecutivi della Juventus nel periodo 2012/2020, la Serie A aveva già decretato un cambio della guardia, sì, ma si trattava comunque delle solite note, cioè Inter e Milan; mancava un passettino in più, cioè il ritorno in albo d’oro di una Società meno titolata, per poter affermare, alla Jack Nicholson, che “QUALCOSA E’ CAMBIATO”. Per quanto visto negli ultimi anni, la rosa delle aspiranti vincitrici si restringeva essenzialmente alle due romane e, soprattutto, al Napoli, che si era dimostrata la squadra più costante e tenace nel contendere il titolo ai bianconeri, sfiorando l’impresa già nella stagione 2017/18. E’, non dimentichiamolo, il Napoli della rifondazione De Laurentiis, ripartito dalla Serie C dopo il fallimento societario nel 2004 e tornato nell’arco di pochi anni a competere ad alti livelli nella massima serie, riscoprendo anche l’abitudine a vincere con tre Coppe Italia e una Supercoppa Italiana, necessario apprendistato e preludio a questo trionfo, arrivato a meno di vent’anni di distanza dal momento più nero della sua storia.

Un trionfo meritatissimo, mai veramente in discussione, anche se impronosticabile all’inizio della stagione, vista la partenza di alcuni tra i pezzi da novanta della rosa (come il capitano Insigne e il belga Mertens), sostituiti da giocatori semisconosciuti che si sono poi rivelati le carte vincenti (su tutti, il difensore coreano Kim e il funambolo georgiano Kvaratskhelia), assieme all’attaccante nigeriano Osimhen, che alla sua terza stagione sotto il Vesuvio è diventato il trascinatore della squadra. I partenopei si sono messi al comando delle operazioni già a partire dalla settima giornata, quando hanno affiancato l’Atalanta in vetta alla classifica, proseguendo in solitaria dal nono turno in poi: è stato l’inizio dell’entusiasmante cavalcata Scudetto, un monologo ininterrotto che non ha ammesso intrusioni, un lungo concerto pressoché privo di stecche (poche sconfitte e ininfluenti, come quelle contro Inter e Lazio) che il direttore d’orchestra Spalletti, alla sua prima affermazione nel campionato italiano, ha diretto con mano ferma. E’ un Napoli che ha vinto e convinto, sia in campionato (la cinquina rifilata in gennaio alla Juventus ha richiamato alla mente quella della Supercoppa Italiana 1990) che in Champions League, dove ha addirittura strabiliato, sommergendo di gol squadre del calibro di Liverpool e Ajax con un gioco spumeggiante e molto “europeo”, che ha portato alcuni addetti ai lavori a sbilanciarsi indicando gli azzurri come i più autorevoli pretendenti al trono d’Europa per questa stagione. E pazienza se poi il sogno si è infranto ai quarti contro il Milan, che ha affrontato nel suo momento migliore un Napoli alle prese invece con il primo, fisiologico calo stagionale. L’eliminazione dalla Coppa non ha minimamente sminuito l’impresa di un campionato vinto con ben cinque giornate di anticipo, rifilando distacchi abissali alle avversarie. Tutto molto bello, bellissimo, ma con un solo grande rammarico: l’assenza di un tifoso d’eccezione che, per una crudele beffa della sorte, è mancato poco prima di riuscire a vedere l’Argentina Campione del Mondo e il Napoli Campione d’Italia…

Francesco Vignaroli

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