“Cenerentola” chiude il 57° Festival di Verezzi. Recensione per “Tenente Colombo”

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Savona. Sarà con “L’ombra lunga di Cenerentola” di Davide Diamanti, per la regia di Silvio Eiraldi, che si concluderà il 57° Festival di Borgio Verezzi, domenica 13 e lunedì 14 agosto. Lo spettacolo, in forma itinerante, si svolgerà in due punti ben distinti delle grotte Valdemino, le più colorate d’Italia, e vedrà la partecipazione dello stesso Diamanti con Matilde Amato, Giovanni Bortolotti, Alessio Dalmazzone, Eleonora Demarziani, Gaia De Marzo, Sonia Fraschetti, Michela Marenco e Monica Rabino (costumi curati da I Coribanti del liceo Marini Chiabrera di Savona). Una scenografia naturale suggestiva per un evento suddiviso in tre parti: il racconto della storia di “Cenerella” cercando di mantenere, dove possibile, il rispetto del testo originale; il ponte di collegamento con la modernità che, come suggerisce il regista Eiraldi, ricorderà “tutti i divieti imposti dai talebani alle donne afgane, come riportato dalla giornalista Laura Aprati in un articolo scritto per RaiNews il 10 settembre 2021”, per focalizzare come “la repressione, la povertà e lo sfruttamento di Cenerella vedono luce nel mondo di oggi”; infine una parte sui monologhi tratti da testimonianze “di chi questi divieti li ha vissuto direttamente”, con tanto di collegamenti con la letteratura od opere teatrali per giungere a concludere che “non tutti vissero davvero felici e contenti”.

Quattro i turni previsti: ore 20.30-21-21.30-22 (info: www.festivalverezzi.it).

Nell’attesa ricordiamo “Tenente Colombo – Analisi di un omicidio” di Richard Levinson & William Link, traduzione e adattamento di David Conati e Marcello Cotugno anche regista, ultimo spettacolo in programma in piazzetta Sant’Agostino anche venerdì 11 agosto. Sul palco, un cast egregio: Gianluca Ramazzotti, Pietro Bontempo, Ninì Salerno, Samuela Sardo e Sara Ricci. Ehm, lasciateci citare anche il cane, Oliver, nel ruolo di Cane, basset hound di Colombo.

Dopo aver tenuto banco a Broadway per molti anni (esordio nel 1966), la commedia giunge finalmente in Italia e rappresenta l’ottava prima nazionale del Festival, con Ramazzotti nei panni del famoso tenente, Bontempo in quelli dello psichiatra Fleming, Salerno quale Dave, procuratore amico dei coniugi Fleming, Samuela Sardo quale Susan (attrice di soap e amante di Fleming) e Sara Ricci (la moglie di Fleming che sarà assassinata).

L’impatto con la scenografia di Alessandro Chiti colpisce da subito per la bellezza dei pannelli che raffigurano lo studio dello psichiatra suddiviso in due aree: la postazione alla scrivania e l’angolo per le sedute. Questo prima ancora di sapere che – evviva! – si ritorna alla magnificenza delle pareti mobili che ora ruotano e propongono invece il salotto e l’angolo bar dell’abitazione dei Fleming. Una lunetta del soffitto, poi, si presterà a tratti a essere illuminata con spezzoni di film thriller: sangue, coltelli, gole, bocche, cocaina… e, nel finale, il ricordo di Peyton Place, in cui lavora Susan.

La pièce inizia con un urlo, giusto per iniziare ad ambientarci nella commedia gialla. Poi, secondo il filone inaugurato sul piccolo schermo, a omicidio concluso Ramazzotti riproporrà fedelmente tutte le mosse a cui ci ha abituato Peter Falk, gli indugi, le domande dell’ultimo minuto, il braccio alzato a testa china, il continuo riferirsi alla moglie. Immancabile il suo sminuirsi, il fingere d’essere stato convinto, la sua testardaggine, sempre a suo agio con quell’impermeabile stazzonato (costumi di Adele Bargilli).

Brividi ai momenti che vedono Susan (Sardo) ingoiare un tubetto di sonniferi con il proposito di farla finita: una fiamma di luci rosse (Giuseppe Filipponio) investe il palco e così una musica assordante, nonché, poco distante, il fantasma della moglie (Ricci) con tanto di sorriso sardonico sul volto. Bella l’interpretazione di Ramazzotti quando è drastico nell’inchiodare l’amante al ruolo di pedina debole del piano omicida, e la conversazione che si svolge prima di sostenersi lo sguardo a vicenda, lui e Bontempo, perché i giochi sono chiari anche se non ci sono le prove. È nelle mani dello psichiatra il grosso del copione, e Bontempo non delude, neppure alla prova più difficile, quando risulta incastrato. Ricci è brava nel cambio di passo, quando si convince che il marito l’ami ancora, nonostante avesse appena deciso di chiedere il divorzio e Salerno quando alza il tono, una figura che crede di poter esercitare una qualche pressione sulle indagini.

All’uscita la sensazione è che lo spettatore sia stato “coccolato”, approfittando delle tante possibilità offerte dal palcoscenico, in un copione a tinte fosche che non mancava di regalare anche qualche battuta. Accortezza di cambiare colore ai pannelli, se invece che il salotto di casa ora era l’interno di uno studio cinematografico, e diversi gli ingressi se gli attori si dovevano addentrare in un campo da golf. Ancora, quando la moglie viene assassinata non la vediamo, pur in penombra, “rialzarsi” dal divano: un movimento della parete copre tutto e il divano riappare sgombro. Tutti particolari che fanno la differenza. Tre serate di sold out.

Laura Sergi

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