Acqua e fuoco – sorelle nella poesia

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Dal libro ‘Eliadi’ di Maresa Elia e Lucia Elia (Edizioni Il Faro, 2021) ha preso avvio la performance poetico-teatrale “Acqua e Fuoco-Sorelle nella poesia”, che si è svolta nell’ambito del Porta Magica Festival nello Spazio Arena dei Giardini di Piazza Vittorio a Roma nel mese di luglio.

Nel cerchio d’aura della Porta Magica (monumento alchemico che reca incisa nella pietra la formula enigmatica della trasmutazione del piombo in oro), sono stati messi in scena i versi delle sorelle Elia, quasi si trattasse di una suggestione onirica e spirituale dove le arti si sono fuse in perfetta sinergia: la poesia stessa, la musica e gli strumenti orientali del maestro Oscar Bonelli, la danza di Silvia Layla e il mimo di Emma Lucas. La presentazione è stata affidata a Letizia Leone. I poetry performers sono stati: Anita Napolitano, Stefania di Lino, Lucia Elia, Maresa Elia, Marco Colletti. Regia di Maresa Elia e Aiuto-Regia Anita Napolitano. L’iniziativa, invece, è interamente dovuta al gruppo “Esquilino Poesia”: vivace realtà di spicco che opera diffondendo arte e poesia a piene mani nell’intento di renderle realtà condivise. Il presidente dell’associazione è Angelo De Florio.

Ma torniamo alle poesie di Lucia e Maresa Elia, al centro dello spettacolo… Molti dei versi del libro sono stati trattati come work in progress recando in sé un’impronta presaga, o addirittura un senso divinatorio e di sincronicità jungiane relative ad incontri, circostanze e doni del destino.

Nella genesi del libro grava il peso di un lutto familiare, la perdita della madre delle sorelle Elia, e le difficoltà esistenziali di elaborarne il dolore. Ne segue un allontanamento affettivo, anche a motivo di concezioni di vita ed idee diverse, eppure come nella migliore tradizione classica e omerica, un sogno o una apparizione nel dormiveglia, della madre defunta, risolve attraverso un forte messaggio (da un oltre indistinto ma quasi tangibile) questo periodo di incomunicabilità: la madre incita le due sorelle a ritrovarsi attraverso la creazione, la scrittura, il dialogo artistico. La poesia si palesa potente balsamo curativo, elemento catartico, mezzo di trasformazione e soprattutto di unione con la stessa indelebile sensazione di ritrovarsi a creare nella sfera di giochi infantili, momenti spensierati e di gioia pura.

Eppure qui il discorso da privato e personale assume man mano una valenza esistentiva e spirituale ed entrano in campo tutti i valori e le qualità millenarie del femminino.

Dunque la performance si sviluppa come itinerario di trasformazione attraverso il grande portale del dolore, è una conciliazione di istanze legate all’intuizione, alle energie sottili femminili in contrasto con le forze soverchie e dominanti della razionalità e della tecnica imperante.

È il percorso di una evoluzione, un viaggio verso una utopica Età dell’Oro.

Qui la poesia è strumento nobile di intesa e sodalizio e questi versi immaginifici e integrati da vari codici artistici si sono rivelati energia in grado di agire concretamente modificando emozioni, interpretazioni e idee di coloro che vi sono implicati.

Lucia e Maresa sono due medici, in particolare Maresa è una studiosa di medicina Ayurvedica, disciplina arcaica che si fonde con la conoscenza Vedanta. Il percorso qui suggerito è quello che evolve dalla dimensione del Kali Yuga (Epoca oscura) verso il Sat Yuga (Era Dorata). Concezione universale, alto concetto di sapienza spirituale trasversale a religioni e tradizioni sacre.

In questo cammino poetico la donna, e le dimensioni della sua peculiare identità nel sacro, vanno intese come energia profonda che conserva tracce spirituali e sciamaniche, là dove si attivano le intuizioni inconsce ( sogni, vita creativa, energie emotive…) tutte quelle forze che Jung definì “Anima” e “Animus”, e contraddistinguono femminile e maschile. Proprio nel segno potente della riconciliazione e del connubio, appunto, tra uomo e donna, la performance ha avuto un’aura magica e epifanica di unione profonda delle diverse qualità in gioco. Il maschile vede e riconosce il femminile che si palesa come evento tale da stagliarsi dall’indistinto di un fondale che lo aveva misconosciuto o pensato nemico o irrilevante. Va detto che tutto il gruppo si è mosso e si muove con una forte impronta di collettivizzazione dell’esperienza artistica, che trascende ogni forma di stagnante individualismo ma, ben lungi da eclissare l’individualità di ciascuno, la potenzia in un gioco caleidoscopico di magica moltiplicazione.

Una sperimentazione artistica che si pone dunque un obiettivo ambizioso, quello di una alta sintesi degli opposti, e di una riconnessione agli elementi della natura. Qui è in atto la matrice di una immaginazione mitopoietica ormai scomparsa nella nostra epoca razionalista.

Massimo Triolo e Letizia Leone

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