Pergine spettacolo aperto 2023: la nuova edizione di un festival che guarda alla contemporaneità

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Il mio arrivo a Pergine Valsugana, una piccola cittadina a pochi chilometri da Trento, il 13 Luglio, avviene sotto la pioggia: curioso come, anche due anni fa, quando arrivai in paese, pioveva. Meglio così, penso, in fondo in questo modo posso concedermi una tregua dalla calura che infesta Napoli e il Sud. Pergine, dicevamo: da anni nel mese di Luglio prende il via il Festival di Teatro che porta proprio il nome della città e che da quest’anno e per i prossimi due vede come direttori artistici il duo di Babilonia Teatri: ve ne avevo già parlato l’anno scorso nel mio reportage su Kilowatt Festival e devo dire che la notizia mi fa ben sperare. Sicuramente Valeria ed Enrico, forti della loro esperienza e professionalità, sapranno allestire un cartellone altamente qualitativo. Ed è proprio così: il livello dei performer che si esibiranno è davvero molto alto, da Neri Marcorè ad Emma Dante, passando per tante Compagnie e talenti che girano in lungo e in largo i Festival nazionali (e non solo).
Ancora con l’ombrello mezzo aperto mi dirigo verso la location del primo spettacolo che vedrò questa sera: nell’ex rimessa della carrozze Francesco Alberici (attore e regista che ritrovo con piacere e che ho già avuto modo di apprezzare) ci presenta lo spettacolo “Diario di un dolore”. Ed è proprio lui, insieme alla sua compagna di scena Astrid Casali, ad accoglierci all’ingresso offrendoci un bicchiere di vino o una bevanda analcolica in maniera del tutto informale. “Questo inizio promette bene”, penso. La sala teatrale allestita per l’occasione era un tempo – come dicevo – la rimessa per le carrozze degli abitanti di Pergine: dato che ad oggi le carrozze non si usano più perché non riconvertirla in un luogo culturale? L’atmosfera infatti, è magica e carica di significato. La riconversione di luoghi adibiti ad attività contadine e/o “paesane” in location artistiche è una costante di quasi tutti i Festival cui ho assistito: mi è sempre piaciuta questa pratica, credo sia funzionale allo scopo. Lo spettacolo di Francesco Alberici (premio Ubu miglior attore/performer under 35) prende le mosse dal libro “Diario di un dolore” di C. S. Lewis (per chi non lo conoscesse, è stato l’autore della saga Le cronache di Narnia, dalla quale sono stati tratti diversi film): partendo da questo testo Francesco ed Astrid elaborano uno spettacolo – quasi lo stessero facendo in quel momento, insieme al pubblico – che ha come tema il dolore o meglio “come si può rappresentare il dolore”? Lo spettacolo dà l’idea di essere quasi una “prova aperta”: i performer dialogano con il pubblico, costruiscono le scene da rappresentare e soprattutto si raccontano. Raccontano la loro esperienza di “dolore”, quale è stato il loro dolore più grande e provano a metterlo in scena. Gli attori Francesco Alberici e Astrid Casali sono interpreti, scenografi, drammaturghi e tecnici audio/luci in uno spettacolo di poco meno di un’ora che però ci fa sicuramente prendere consapevolezza sulle varie sfaccettature del dolore. Commovente la scena finale di Astrid, un vero talento del nostro teatro. Tanti applausi per entrambi, meritatissimi.
La pioggia è finita e anzi, anche se è quasi scesa la sera, si intravede anche un po’ di tramonto per le vie strette e dai palazzi austro-ungarici di Pergine Valsugana: la prossima tappa è il Teatro Comunale. Un vero gioiello che già ebbi modo di apprezzare la scorsa volta: ben tenuto, abbastanza grande e con un bel bar che accoglie gli spettatori che – magari – prima dello spettacolo hanno voglia di sorseggiare un aperitivo. Questa volta sono ancora più fortunato: scopro che per il prossimo spettacolo in programma ho la possibilità di salire proprio sul palcoscenico del Teatro Comunale. No…non per recitare (sebbene mi sarebbe piaciuto) ma proprio per assistere allo spettacolo. Due maschere di sala ci fanno accomodare nel retropalco del teatro e dai camerini accediamo direttamente sul palcoscenico: il sipario è chiuso e lo spazio è allestito con diverse sedie, divanetti e mobili vintage. Sembra di essere tornato negli anni ’70. Prendo posto sul palcoscenico e sono pronto per assistere allo spettacolo “Album” della Compagnia Kepler-452. Confesso che è la prima volta che assisto ad uno spettacolo di questa formazione teatrale, tutta giovane (che bello!) e prima del mio arrivo in città ho fatto qualche ricerca sui loro spettacoli e le loro esperienze: sono carico di aspettative.

Stavolta la distanza tra interprete e pubblico è minima, quasi annullata: Nicola Borghesi (unico interprete dello spettacolo, nonché uno dei fondatori della Compagnia insieme ad Enrico Baraldi) gira sul palco, passando per gli spettatori, talvolta interrogandoli, talvolta sedendosi accanto rendendoli davvero partecipi. Come evoca il titolo, l’oggetto principale dello spettacolo è un album: di fotografie, certo, ma ogni immagine fa ritornare alla mente dei ricordi. Talvolta lucidi, altre volte sbiaditi, confusi. Ed è così che Nicola Borghesi si ricollega alla malattia che colpisce i ricordi, l’Alzheimer. Non lo fa proprio direttamente ma evocando gesti e situazioni (d’altronde, lo spettacolo è nato proprio anche dall’incontro con alcuni pazienti affetti da questa malattia). Il ricordo però anche di eventi drammatici: apprezzato sicuramente il riferimento all’alluvione dell’Emilia-Romagna che ha colpito la Regione nel maggio scorso. Resto rapito da Nicola e dal suo racconto per tutta la durata dello spettacolo: una performance che si avvale anche di ausilii di proiezione audiovisiva (nei diversi punti del palcoscenico sono installati dei televisori che ti permettono di vedere da vicino delle immagini/fotografie “esaminate” durante lo spettacolo) e – cosa ancora più apprezzata – di un altro performer che in LIS “traduce” letteralmente l’intero spettacolo. Quando ci invitano ad andar via – a messa in scena conclusa – leggo sul programma di sala che “Album” è in prima nazionale a Pergine e che – a parte questo – è il progetto vincitore del Bando “Daily Bread” nell’ambito del Progetto Europeo “Stronger Peripheries” (brevemente: un progetto di residenza artistica di creazione partecipativa durante il quale dar vita a spettacoli che abbiano un dialogo diretto con le comunità locali, sperimentando nuove modalità di produzione; sarebbe lungo da spiegare e vi invito ad informarvi voi stessi): esco dal Teatro Comunale contento di aver scoperto questa Compagnia con la promessa di seguire le loro attività.
Il pomeriggio seguente, per il mio secondo ed ultimo giorno a Pergine Valsugana, ritorno con piacere nell’ex Rimessa Carrozze per assistere ad un nuovo spettacolo – prima nazionale anche questo – di un’artista a me già nota e che proprio a Pergine 2021 ebbi modo di scoprire: Martina Badiluzzi. Giovanissima attrice, drammaturga e regista vincitrice del Premio Bando Biennale Teatro per registi under 30, si presenta al pubblico del Festival con “Cattiva sensibilità” nella sola veste di attrice e regista dello spettacolo che verrà invece interpretato da Barbara Chichiarelli. Mentre prendo posto sulla “gradinata” artificiale dell’ex rimessa penso tra me e me “in che senso la sensibilità si può associare a qualcosa di cattivo?”, sono curioso di vedere lo spettacolo per saperne di più. La scena è ampia e semi-vuota: una scrivania campeggia centrale. Ed eccola entrare Barbara, vestita di tutto punto, occhiali, impettita, fa il suo ingresso in scena: veste i panni di un’insegnante, di quelle arcigne, severe, autoritarie. Con questo spettacolo la Badiluzzi – attraverso l’interpretazione della Chichiarelli – ritorna con la memoria al suo essere allieva in conflitto con la docente. Quarantacinque minuti di introspezione, in cui – partendo da Charlotte Bronte e il suo Jane Eyre – si indaga su questo rapporto docente-allieva controverso, altalenante, conflittuale e sulle sue conseguenze su ognuno di noi. Io, mentre ascolto Barbara, ripenso a questa dicotomia e rivivo alcuni momenti del passato. Non solo: Cattiva sensibilità riesce – grazie anche alla bravura di Barbara Chichiarelli – ad andare oltre, scavando nelle nostre cicatrici e nelle nostre fragilità. Quando esco dalla ex rimessa carrozze non solo sono contento di aver scoperto un nuovo spettacolo di Martina Badiluzzi (per la cronaca: lo spettacolo che avevo visto nell’edizione 2021 di Pergine Festival è Rumori interpretato da lei stessa in quella occasione e vi invito a leggere la mia recensione) ma anche consapevole che tanti rapporti influiscono decisamente su di noi.
Tempo di una cena veloce e mi dirigo nuovamente (come la sera precedente) al Teatro Comunale di Pergine: c’è tanta, ma tanta gente all’esterno del teatro e al botteghino. Fortuna che ho già il biglietto con me e posso accomodarmi direttamente in platea. Quasi tutti i posti sono occupati e deve ancora entrare pubblico: non poteva essere altrimenti per uno spettacolo di Emma Dante. Ebbene, a Pergine Festival, arriva Il tango delle capinere, spettacolo di una delle registe più premiate del panorama teatrale nazionale (svariati Premi Ubu, Nastro d’argento, per citarne qualcuno). C’è tanta attesa. Sento, tra il pubblico, qualcuno che è venuto addirittura da fuori Trento per poter assistere a questo spettacolo (tra l’altro già andato in scena in diversi teatri italiani). I due attori Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco ci raccontano la storia d’amore di un uomo e una donna con le loro gioie e i loro dolori: lo fanno in modo molto particolare. Anzitutto “a ritroso”: un po’ alla Benjamin Button (direi io), i due protagonisti sono inizialmente ritratti come due anziani, si sostengono letteralmente l’uno all’altro per non cadere e perdere l’equilibrio. E via via, mano mano, in un gioco di travestimenti e svestizioni, si torna indietro nel tempo, fino a quando i due si sono conosciuti sulla spiaggia. Un teatro forte, viscerale, corporale quello di Emma Dante (come sappiamo) che i due attori incarnano alla perfezione: un teatro fatto di pochissime parole (poche battute in tutto lo spettacolo) ma di tanti movimenti, ampi, forti, i corpi degli attori toccano le tavole del palcoscenico, si dimenano su di esse, ci ballano sopra, in una sola parola: vivono a pieno quelle tavole. E sono multi-tasking (un po’ quello che viene chiesto all’attore di oggi): si spogliano, si rivestono, posizionano i materiali di scena funzionali alla riuscita dello spettacolo (tra me e me penso al lavoraccio – in senso buono – che spetterà al Direttore di scena una volta terminato lo spettacolo!) senza perdere per un solo istante l’intensità della loro interpretazione. Apprezzate molto le canzoni cult degli anni 70-80-90 che accompagnano la storia dei due innamorati e i sovratitoli che – talvolta – si rendono necessari (dato che alcuni dialoghi sono in lingua siciliana). Questo spettacolo mi conferma ancora una volta come Emma Dante si sia riconfermata una delle protagoniste della nuova scena teatrale nonché una delle “timoniere” (insieme ad altri altrettanti validissimi e pluri-premiati registi) del teatro del nuovo millennio. Per completezza aggiungo che Il tango delle capinere faceva parte di una trilogia (“La trilogia degli occhiali”) come approfondimento di uno studio, “Ballarini” che è diventato poi uno spettacolo a sé stante.
Consapevole e conscio di dover rientrare nel caldo torrido di Napoli, il giorno seguente lascio con tristezza e nostalgia Pergine Valsugana, il paese che per ben due volte negli ultimi 3 anni mi ha accolto e mi ha regalato tanti momenti di alto valore culturale. Questa edizione – seppur sia riuscito a vedere solo pochi spettacoli – ha ampiamente confermato (e in parte anche superato) le mie aspettative: Babilonia Teatri sarà Direttore Artistico del Festival anche il prossimo anno e già, da ora, non vedo l’ora di scoprire quali sorprese, talenti e nuove proposte ci regalerà.

Francesco Pace

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