Festival di Berlino: Film che forse non faranno parte  alla candidatura ai premi finali

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Berlino, 19 febbraio – Nella sua uscita dalla direzione del Festival di Berlino, Carlo Chatrian ha deciso di abbandonare ogni compromesso e di selezionare quel tipo di cinema innovativo e fuori dagli schemi che privilegiava quando dirigeva il festival di Locarno, ma che il concorso della Berlinale cercava di evitare a favore di un cinema più commerciale e pieno di grandi nomi e stelle.
Tuttavia, la novità non è necessariamente un dato positivo, come dimostrano i tre film della quinta giornata, originali nell’approccio, audaci nel tema ed equilibrati nella scelta tra registi noti e debuttanti, ma con scarsi risultati in termini di realizzazione.
Prendiamo ad esempio “Langue étrangère”, terzo lungometraggio della francese Claire Burger, che si era fatta notare al festival di Cannes del 2014 con “Party Girl”, diretto a tre mani insieme a Marie Amachoukeli-Barsacq e Samuel Theis, dove aveva vinto la Caméra d’Or per il miglior opera prima.
Il film racconta la storia di un’adolescente francese in viaggio di scambio in Germania, che si innamora di una coetanea e cerca di conquistarla inventandosi un passato di militanza politica inesistente.
Oltre a presentare un’Europa plurilingue, che nonostante parli diverse lingue non è meno difesa nei suoi valori locali, e a contare sulla simpatia delle giovani protagoniste, Lilith Grasmug e Josefa Heinsius, il film non approfondisce e si limita a concentrarsi sulla relazione emotiva delle protagoniste, lasciando in sospeso se questa relazione avrà un effetto positivo sulle loro vite.
E che dire dell’impronunciabile “Yeohaengjaui pilyo”, presentato qui con il titolo in inglese “A Traveler’s Needs” (Le necessità di una viaggiatrice), terza collaborazione tra l’attrice francese Isabelle Huppert e il regista sudcoreano Hong Sangsoo, campione del cinema minimalista, abituale frequentatore di Berlino con otto presentazioni e tre premi al suo attivo (miglior regia, sceneggiatura e film)?
A 63 anni e con quasi quaranta film alle spalle, Hong ripete in modo sempre più stanco il modello dei suoi due film precedenti con l’attrice francese, questa volta nel ruolo di una straniera immersa in una realtà che le è estranea ma dalla quale sa trarre il massimo vantaggio.
Huppert interpreta con serietà imperturbabile una francese bloccata a Seul che guadagna da vivere insegnando francese, senza alcun titolo valido o esperienza ma con un sistema completamente inventato da lei di dubbia efficacia.
Come nei suoi film precedenti, la freschezza dei dialoghi improvvisati si dissolve nella puerilità dei temi trattati, che hanno il vantaggio, forse involontario, di suscitare l’ilarità del pubblico.
Ha completato la serie di delusioni “Architecton” del documentarista russo Victor Kossakovsky, che dedicando metà della durata del suo film alle rovine di edifici e città, causate dalla guerra o dal tempo, si chiede qual sarà il futuro degli edifici che abitiamo, costruiti con materiali deperibili come il cemento degli ultimi due secoli o con la pietra immutabile dei secoli precedenti.
Dopo aver assistito affascinati al crollo di edifici e valanghe di pietre e ai voli in drone su città devastate dalla guerra in Ucraina o sulle rovine di templi greci, osserviamo con minor interesse un architetto italiano che costruisce un cerchio magico di pietre vicino alla sua casa, senza sapere con certezza quale sia il significato di tale giustapposizione.
L’unica cosa che accomuna questi tre film della quinta giornata è stato il quasi unanime silenzio del pubblico.
Antonio M. Castaldo

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