Beatrice di Tenda al Carlo Felice di Genova

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Al Teatro Carlo Felice di Genova, Recita del 17 marzo

 Beatrice di Tenda, opera in due atti di Vincenzo Bellini è uno di quei titoli operistici che tornano in repertorio grazie alla presenza di una primadonna. Iniziando da Joan Sutherland nel 1961, debutto scaligero, cui l’opera regalò un grande successo e celebrità internazionale; di riflesso, sommando la diffusione dell’incisione discografica che ne seguì, servì alla riscoperta del titolo belliniano, che ha collezionato nel tempo un discreto numero di presenze sui palcoscenici di mezzo mondo. Se fino a qualche decennio fa la discografia di questo melodramma era ancora piuttosto scarna (segno di tiepido interesse per un’opera non ancora lambita dal clima di riscoperta imperante), oggi l’ascoltatore appassionato ha una più ampia possibilità di scelta.  Il Teatro Carlo Felice ha scelto di mettere in cartellone Beatrice di Tenda in occasione del progetto “Genova capitale del Medioevo 2024” e lo fa con un nuovo allestimento affidato al regista Italo Nunziata, coproduzione con La Fenice di Venezia. A Bellini, Beatrice di Tenda, fu commissionata per il Teatro La Fenice nel 1832. Il suo fedele collaboratore e amico Felice Romani preparò il libretto, tratto da un’azione coreografica di Monticini e basato su una tragedia di Carlo Tebaldi-Fores che ripercorre un avvenimento della storia del nostro quattrocento. L’opera fu composta espressamente per Giuditta Pasta, somma interprete di Norma (che ne aveva in parte ispirata la scelta) e una delle più grandi cantanti del XIX secolo. Il cambiamento del soggetto originale, che doveva essere Cristina di Svezia, i ritardi adottati dallo scrittore nel consegnare i versi richiesti, l’esito sfavorevole del debutto di Beatrice, causò una diatriba tra Bellini e Romani, che si rinfacciarono la responsabilità dell’esito infelice del nuovo lavoro tanto atteso. Si arrivò alla rottura del proficuo sodalizio artistico. La prima dell’opera andò in scena alla Fenice di Venezia il 16 marzo 1833, e la prima rappresentazione fu, a detta dello stesso compositore (forse esagerando un po’ il reale risultato) un solenne fiasco. Sembra invece che così male l’opera non andò, tanto da ricevere un’accoglienza più cordiale nelle recite che seguirono e, nel corso del decennio che seguì, è presente più di una volta nel cartellone del principale teatro veneziano, sempre con nomi di richiamo. E saranno le grandi cantanti del tempo, Erminia Frezzolini, Fanny Tacchinardi-Persiani, Giuseppina Strepponi (prima di diventare la signora Verdi), Giuseppina Ronzi De Begnis e Carolina Ungher, desiderose di interpretare un ruolo sfaccettato e ricco di arie, a far da traino alla conoscenza della partitura belliniana. Messa in scena a Trieste nel 1837 con il titolo Il Castello d’Ursino, l’opera continuò a essere rappresentata fino alla metà dell’ottocento, prima che i gusti del pubblico cambiassero, lasciandola precipitare in un lungo oblio. Beatrice di Tenda contiene della musica raffinata che Bellini considerava non certo indegna delle altre sue partiture. La notorietà di Norma e Sonnambula non arriderà mai a Beatrice di Tenda, ma la partitura rivela una cura per il dettaglio armonico e strumentale assolutamente sbalorditiva. Il compositore catanese si era impegnato in questo melodramma come a una prova in cui cimentarsi, guardando a orizzonti internazionali. Il successo dei Puritani a Parigi ne è la dimostrazione. La morte prematura impedirà a Bellini di accogliere i suggerimenti dell’editore Ricordi, che gli chiedeva dei cambiamenti, soprattutto il finale dell’opera, capaci di portare Beatrice di Tenda all’altezza degli altri suoi capolavori. Il regista Italo Nunziata, in accordo con lo scenografo Emanuele Sinisi, opta per una messinscena volutamente aliena da riferimenti realistici al castello di Binasco in cui si svolge la vicenda, puntando su spazi astratti e vagamente irreali, inondati di fredde luci, che raggelano l’atmosfera, relegando l’azione in tableaux vivants di raffinatezza formale, alquanto algida, che finisce per rendere ancora più statica Beatrice di Tenda di quanto in realtà non sia. Lo stesso dicasi per i costumi, in parte preziosi, di Alessio Rosati, ma immutati, anche dopo il soggiorno in carcere (e le torture) della protagonista. La riuscita dello spettacolo è pesata tutta sulle spalle dei cantanti e del direttore che, grazie a un’intesa che si coglie profonda e di medesimi intenti, riescono a far vibrare appieno la partitura. Angela Meade, nei panni della protagonista, è una Beatrice tecnicamente validissima, sicura nei più ardui passaggi vocali, dal timbro caldo e pastoso, squillante negli acuti, di pregevole estensione. L’interpretazione del personaggio è giocata sul canto e su un fraseggio credibile e partecipato, che incide a fondo nella definizione di Beatrice. In Respiro io qui mostra attacchi di rara purezza e in Ma la sola sfoggia acuti in pianissimo di lancinante effetto, sciorinando preziosità di melismi nel seguente Ah! La pena. Sdegnata e pietosa in Questi d’amanti popoli, piangente e implorante al ricordo di Facino Cane. Donna straziata dal dolore non disdegna accenti imperiosi e decisi, retaggio della sua nobiltà. Al tuo fallo ammenda festi è vibrante e commossa, per chiudere con Ah! Se un’urna è a me concessa con preziosismo di canto e dolente interpretazione. Il Filippo Maria Visconti di Mattia Olivieri (che canta anche indisposto) ha bel portamento e timbro omogeneo, voce ben impostata che si espande e corre per la sala, acuti sempre timbrati. Nobile sempre, anche nella bassezza d’intenti, a suo agio con la levigatezza del canto belliniano e capace di melismi. D’insinuante fraseggio in Qui di ribelli sudditi, caratterizzata da altisonante brama di potere e sottile perfidia. In Come t’adoro e quanto svela sfumature dell’anima amante, mentre in Qui mi accolse trova accenti di rimorso al ricordo della gratitudine ricevuta. Sanguigno e implacabile in Non son io che la condanno. Buona la prova del tenore Francesco Demuro, Orombello dal timbro dal timbro inizialmente freddo e tagliente, che si fa via via più caldo; voce ben impostata che gli consente di svettare, in falsettone, nelle estreme tessiture da tenore contraltino. Linea vocale tersa e pulita, interprete credibile nella sottigliezza di fraseggio, riesce appassionato e commovente negli accenti di perdono, nello struggente terzetto Angiol di pace all’anima. Discontinua la prova di Carmela Remigio nel ruolo di Agnese del Maino: bene là dove la linea vocale è lirica e piana, come in Ah! non pensar che pieno, in cui sa essere pienamente evocativa e passionale, ma non più in grado, per usura dei centri, di piegare lo strumento vocale nei momenti drammatici dove, pur impegnandosi allo spasimo, ricorre a ingrossare palesemente il suono, spingendo ed enfatizzando il fraseggio con un senso di artefazione. Manuel Pierattelli è un mediocre Anichino. La direzione di Riccardo Minasi è percorsa da moti febbrili, innestando impetuosità e tempi frenetici nelle chiuse, a più godibili morbidezze che esaltano la linea melodica e patetica belliniana, mai perdendo di vista la cantabilità. Qualche leggero “scollo” tra palcoscenico e orchestra. Successo caloroso, con ovazioni per i protagonisti.

gF. Previtali Rosti

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