Ifigenia di Racine nella traduzione in rima di Lodovica San Guedoro

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Non volevo una traduzione grigia che veicolasse solo i significati! Volevo una traduzione completa, che fosse fedele al contenuto e nello stesso tempo si presentasse in una smagliante e multicolore veste poetica; una traduzione musicale, sbrigliata, giocata, spericolata, sontuosa, capace di rapire i sensi. E, pur di averla, ho accettato senza esitare la contaminazione di stili.

Infatti, affinché il lettore ignaro di francese possa sentire qualcosa del ritmo vibrante dell’originale, ho tradotto “Iphigénie”, per quanto possibile, in rima; ma, con la consapevolezza immediata che una tale sfida non fosse perseguibile per tutto l’arco del poema, ai versi in rima, come si vedrà, ho inframmezzato versi liberi, in una lingua meno semplice, più aulica e barocca di quella di Racine, e dotata di un’altra musicalità. Giacché, ancor prima delle rime, e di una comunque irraggiungibile perfezione metrica, mi interessava proprio la  musicalità.

Dalla prefazione della San Guedoro.

Teatro, letteratura, pittura, musica e persino cinema: le più importanti forme espressive si sono interessate al mito della figlia del re Agamennone, Ifigenia. Quanto ai poeti basti citare Lucrezio, Racine, Goethe, tanto per fare qualche nome. Il mito ha subìto numerose varianti nel corso del tempo e anche sulla paternità le fonti danno genealogie differenti. È naturale che questo avvenga perché gli artisti incarnano la sensibilità del mutare dei costumi e del sentire. Muta lo sguardo sulle cose come mutano i sentimenti, come muta il linguaggio. Sin dall’antichità certe pratiche e certi riti erano sembrati così estremi, così feroci, così scandalosi ed empi, soprattutto dal punto di vista del rapporto fra gli uomini e gli Dèi, che il sacrificio di una innocente fanciulla per soddisfare il capriccio o l’ira di uno di loro era intollerabile. Euripide, infatti, chiude il suo dramma con un colpo di scena: un miracolo operato dalla Dea Artemide che fa sparire Ifigenia per farla approdare nella Tauride dove diventerà sua sacerdotessa. La fanciulla, pronta per essere sgozzata, è sostituita con una cerva, e così la tensione si allenta e il lieto fine può ristabilire l’equilibrio nella comunità.

È l’indovino Calcante ad incaricarsi di rivelare agli Achei attoniti che Artemide non aveva voluto insozzare di sangue di una nobile creatura il suo altare. Era andata bene anche ad Isacco, anch’egli vittima sacrificale e in procinto di essere sgozzato per placare l’ira di Jahvè, come ci racconta la Bibbia. Racine da parte sua opera un altro cortocircuito morale: introduce Erifile che Achille aveva fatto schiava a Lesbo e che si era portata via prigioniera. Erifile, come avviene sovente per le vittime, si innamora del suo carnefice, la psicanalisi ce ne chiarirà i meccanismi migliaia di anni dopo. Lei lo ignora, ma era figlia di Elena e di Teseo. Il futuro becchino del Minotauro aveva rapito Elena a Sparta ch’era ancora una bambina, una brutale violenza su una minore, ma i pedofili erano in piena attività già nell’età favolistica e del mito. Destino della bellezza è di essere violata, ed Elena era la donna più bella del mondo intero. Non stupisce che una schiera infinita di pretendenti chiedessero la sua mano, e non solo. Non sappiamo con precisione, invece, quanti anni avesse quando fu rapita per la seconda volta, da Paride. Era moglie e madre e quando arrivò a Troia tutti restarono incantati, segno che doveva essere fresca e piacente. È falso che la bellezza possa salvare il mondo (lo vediamo ai giorni nostri con il patrimonio artistico e ambientale), ed infatti non lo salvò: la bellezza di Elena fu fatale a migliaia di uomini e la guerra che a causa sua si scatenò durò una decina d’anni. Una carneficina. Che c’era di meglio a questo punto se non sacrificare al posto della sottomessa, devota e vergine Ifigenia, la figlia di una fedifraga che scappa con un nemico sequestratore più giovane di lei? Erifile, ce lo rivelerà Ulisse nella scena ultima riportando le parole dell’oracolo Calcante, si chiamava, guarda un po’, Ifigenia; proprio come la figlia di Agamennone e Clitemnestra. Una Ifigenia deve essere sacrificata e Racine ne ha trovata una, proprio quella “(…) che gli Dei han reclamato”. E così i salmi possono finire in gloria accontentando tutti: il padre che non dovrà macchiarsi di un figlicidio, la madre che potrà coronare il sogno di darla in sposa all’eroico Achille, questi che potrà andare a fare strage a Troia con l’armata dei guerrieri che non aspettavano altro, ora che i venti si sono levati e la flotta può salpare senza più indugi, la giovane mostrare quando fosse stata ubbidiente verso il padre e verso la patria offrendo il suo collo in sacrificio, e infine quanto gli Dei si fossero mostrati clementi e benevoli verso i Greci. A bruciare sul rogo era stata una straniera, un’orfana, una schiava: un dettaglio da poco. Anche il giansenista Racine, il gentiluomo che diverrà storiografo del re, dovette sentirsi appagato da questa sua letteraria soluzione. E così gli spettatori della sua Ifigenia, quella che ora Lodovica San Guedoro ci consegna in una nuova traduzione pubblicata da Effigi (pagine 112 € 12) nella collana Poesia, in quel lontano secolo XVI secolo. La traduttrice ci spiega, nella nota al testo, di averne voluto fare una versione in rima, così come l’aveva sempre sentita, come avrebbe voluta leggerla lei. Ci riesce magnificamente e coinvolge anche noi. E non deve essere stata impresa agevole, considerato il tempo che ha impiegato a cesellare ogni parola. In genere le versioni in rima traducendo da un’altra lingua costringono in una gabbia troppo rigida e spesso a vistosi tradimenti. Del resto non è facile trovare le corrispondenze e a volte è meglio accontentarsi della musicalità del verso. Parlando di teatro con l’amico Cesare Vergati ci siamo trovati concordi nel sostenere che la sontuosità della lingua di Shakespeare ci attrae anche in un’epoca linguisticamente sterile come la nostra, ed è giusto che resti così e non venga alterata. In fondo è il suo fascino. Jean Racine diceva che il suo teatro si basava su un’azione semplice caricata di poca materia. A questa misura presta attenzione Racine allontanandosi da un barocchismo divenuto sempre più vuoto e formale.

Angelo Gaccione

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