Partendo da Gilles Deleuze. Introduzione ai “Frammenti della Senna” di Stefano Duranti Poccetti

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“L’ideale per un libro sarebbe stendere ogni cosa sopra un tale piano di esteriorità, su di una sola pagina, su di una stessa superficie: eventi vissuti, determinazioni storiche, concetti pensati, individui, gruppi e formazioni sociali. Kleist inventò una scrittura di questo tipo, un concatenamento spezzato di affetti a velocità variabili, a precipitazioni e trasformazioni, sempre in relazione col di fuori. Anelli aperti. Così i suoi testi si oppongono sotto ogni aspetto al libro classico e romantico, costituito dall’interiorità di una sostanza o di un soggetto.”

Da GILLES DELEUZE, “Rizoma”.

Approcciare questo libro presuppone accettare che la narrazione più classica, quella del narratore “onnisciente”, vi sia, ma stemperi, digradi insensibilmente, apparentemente senza scarto discreto, in una narrazione in cui avviene un’eclissi dell’Io narrante a favore delle singolarità dei personaggi e delle loro storie. Non per mezzo di particolari artifizi letterari, come avviene ed è avvenuto nelle avanguardie, ma proprio perché si presenta in forma di Rizoma. Il Rizoma trova il corrispettivo nella sinestesia entro il linguaggio, nel branco entro il regno animale, e nelle variazioni di intensità dei fenomeni complessi. Una sorta di reticolo a-centrato e a-gerarchico, in cui ogni parte è interconnessa e valevole non secondo una struttura arborescente, gerarchica, a propaggini – come il sistema binario – ma come particella di una rete, di un reticolo, appunto, in cui si può passare da un punto all’altro, come da una cellula all’altra di un vero e proprio organismo vivente. Il libro, dunque, come cartografia e organismo vivente.

La mappa di un luogo funziona proprio per astrazione da tutti i particolari più minuti e fedeli, enumerabili e interconnessi di quel luogo, cosicché possa fungere da guida, ma la mappa più perfetta è anche la più inutile immaginabile, è tridimensionale, fedele in tutto e per tutto al luogo e grande fino a coincidere con il luogo stesso – fino dunque a smarrire la propria funzione di mappa: perché ci perderemmo in essa stessa. Ora, questo singolare libro è simile a una cartografia molto dettagliata ma funzionale. Una visione organicista – la parte in funzione del tutto e il tutto in funzione della parte – non rende merito alla materia qui narrata. E’ piuttosto una visione olistica che ci avvicina ad essa: il tutto è più della somma delle parti. Così avverrà che si possa saltabeccare da un passo all’altro di questo splendido libro, in virtù non del “da-a” ma del “tra”. Le direzioni sono mutevoli e incessanti, e si possono percorrere e ripercorrere secondo itinerari diversi ogni volta. Il paragone tra libro come organismo vivente e la città di Parigi è apparentemente semplice: Parigi non è un fondale per carrellate di personaggi che la vedono, la vivono, la esperiscono, un fondale bidimensionale, ma un corpo vivo e in trasformazione incessante. Impossibile pensare alla gran parte dei Grandi del passato artistico, letterario e filosofico di Parigi senza Parigi quale città vivente e in trasformazione: l’esempio classico risalente alla Belle Epoque è quello del flaneur esaltato da Baudealire, narrato da Poe ne “L’uomo della Folla”, e analizzato da Simmel in “Le metropoli e la vita dello spirito” proprio come fenomeno urbano-antropologico… Così la Senna diviene tesoriera del pensiero e del punto di vista, della prospettiva stessa di quei Grandi che l’hanno veduta nel tempo stare a Parigi come un monte può stare all’orizzonte senza percepire variazioni sensibili se non in cicli lentissimi e di grandezza inimmaginabile. Ma essa è anche, a ragione di questo, una musa antropomorfizzata che l’autore invoca, perché narri una città universale per antonomasia, magari con gesto nostalgico, parlando dei Grandi Pensatori e Numi tutelari dell’arte e della Ragione che vi sono vissuti; e di cui una società compromessa con la massificazione e il consumismo, col degrado morale figlio di un sistema malato di controllo e volto ad esaltare il profitto, non tiene grande memoria. Essi narravano temi universali, Tòpoi intramontabili con diverso genio e diverso spirito, ma lo facevano in una città universale come quegli stessi temi… Un tempo, e forse ancora, capitale d’Europa.

Lo stile del libro è piano, rasciugato, essenziale, ma i temi sono molteplici, eterogenei tra loro – anche se dialoganti dialetticamente – e di grande spessore, proprio come quelli immortali e narrati, visti o interpretati da poeti e filosofi.

I personaggi sono appunto in rapporto dialettico con la città, e viceversa, e rimandano al carattere aperto del verbo latino “experire”: venire “da”, passare “attraverso” e andare in senso appunto aperto e tutto da definire…Questo per mezzo di una vita esaltata dall’autore in chiave umanista, generoso e non costrittivo nei confronti dei caratteri antropologici dei personaggi stessi. Le loro storie dialogano tra loro, vi sono storie nella storia, e storie di soggetti che tornano come una risacca alla riva, sotto forme diverse o proprio nella loro identica natura.

Massimo Triolo

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