Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

La mia pazza idea su “La pazza gioia” di Virzì. La rubrica di Enrico Bernard

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Prendo spunto dai due ultimi film  di Paolo virzì, Il capitale umano  e La pazza gioia,  per aprire una finestra sulla questione drammaturgica che è diventata uno dei punti deboli della nostra cinematografia. Mentre il cinema francese di successo internazionale fa costantemente ricorso alla scena teatrale per rifornirsi  di idee, manodopera e copioni, il cinema italiano nella maggior parte dei casi fa da sé: poco male quando a scrivere i film sono drammaturghi e scrittori o sceneggiatori dalla penna buona, ma i film scritti dai registi mostrano sempre qualche crepa.

Condivido in questo senso il pensiero di Claudio Bondì, regista e docente universitario di storia del Cinema a Venezia, quando sostiene che i film italiani (quasi sempre) partono da idee, spunti, soggetti eccellenti; tuttavia strada facendo volgono sempre al grottesco, caricano eccessivamente i personaggi, le sceneggiature diventano macchinose o meccaniche e gli eventi drammatici perdono di credibilità. Quando però   Bondì   ha sostenuto in un  post su FB che   “La pazza gioia è  impeccabile, Virzì ha tre grandi padri: Germi Monicelli Risi li ha amati e forse superati”  non ho potuto fare  a meno di osservare: “Concordo con la tua sintetica ma precisa analisi, e concordo anche con quel tuo “forse” che mi ricorda tanto il film di Lumet Il Verdetto. Erano tutti d’accordo per la sentenza quando un giurato disse la fatidica parolina: forse… Ecco su quel forse ci sarebbe un’oretta da discutere”.

E discutiamone. Citavo all’inizio Virzì perché i suoi ultimi film passano  attraverso i due poli della scrittura, quella narrativa e drammatica del  Capitale umano, a quella sicuramente meno letteraria ma anche meno convincente – sia pur coperta da una regia ineccepibile e un’interpretazione, va detto,  da applausi – de La pazza gioia. Ho recentemente recensito Il capitale umano  nel magazine di cinema Luci e ombre definendolo  come uno dei migliori film italiani degli ultimi anni, così da  riallacciarlo idealmente a C’eravamo tanto amati  di Ettore Scola. Da Scola a Virzì, concludevo, viene rappresentato più di mezzo secolo di storia italiana, dalla Resistenza al Boom economico (Scola), dall’avvento del berlusconismo alla crisi  della finanza (Virzì).

Cosa avrebbe dunque di positivo il precedente film di Virzì Il capitale umano  che invece sento mancare ne La pazza gioia,  tanto da farmi sottolineare quel “forse” sfuggito inconsciamente ma non infondatamente a Bondì? Lo dico senza peli sulla lingua: la drammaturgia. Intendiamoci, ho già messo le mani avanti come il Ciampa  di Pirandello per non sbattere la fronte: La pazza gioia, oltre ad essere girato ottimamente ed anche interpretato non solo da due straordinarie attrici perfette nei ruoli, ma anche dai personaggi collaterli, soprattutto le pazzarelle della Casa di Cura per disturbi mentali (i border line,  come insegnano lo stesso Pirandello e Peter Weiss, sono sempre attori eccezionali, vedi Enrico IV e il Marat Sade),  è anche ben scritto nelle battute, ma…. c’è un ma.

Mentre nel  Capitale umano  la storia, per altro molto intricata e a scatole cinesi,  scorre con grande fluidità, un evento comporta il successivo, il colpo di scena, la tecnica drammaturgica verte proprio su questo, arriva puntuale e inatteso, congruo e sorprendente al tempo stesso, (per dirla con Verga: come se avvenisse da solo, senza spinte, senza vedere la mano dello scrittore), ebbene,  ne La pazza gioia  si precepisce una maggiore macchinosità del plot.  Per chi ha un po’ di dimestichezza delle fasi di scrittura di un film, pare di sentire i cervelli degli sceneggiatori lambiccarsi per trovare soluzioni, escamotage, giustificazioni e collegamenti tra il prima  e il dopo.  Me li sento discutere i nostri  sceneggiatori (lo stesso Virzì e Francesca Archibugi): e mo’ che ci inventiamo? Facciamogli fare questo, no, aspetta,  quest’altro e perché non… ottima idea!  E poi ci mettiamo pure il cinema-nel-cinema quando arrivano nella villa. Sì, dài, carino, tanto la troupé ce l’abbiamo, sfruttiamola. Che ficata (scommetto cento euro che l’espressione di euforia susseguente all’eureka è sfuggita alla Archibugi, quel gran gentiluomo di Virzì non si sarebbe mai permesso davanti ad una signora, ma già che c’era avrà aggiunto: sì è proprio una ficata!)

E “ficata” sia, ma non mi convince. Infatti ammettendo che sia geniale, anche se un po’ scontato –  inutile aggiungere che ci hanno già pensato in tanti,  Fellini incluso – va detto che comunque si tratta di una soluzione che può divertire il regista che sceneggia il suo film e si cava da un nodo drammatico con un colpo di coda, come se il personaggio di Umberto D. si mettesse a pedinare con la telecamera il suo pedinatore virtuale.

Tuttavia una storia funziona se – partendo da un incipit, da un’idea di film  eccellente –  poi si nasconde la mano dello sceneggiatore, come vuole Verga nel suo manifesto: invece qui si percepiscono i fili, i cascami di una scrittura che non lascia liberi i personaggi, ma li gestisce per ottenere ora un effettaccio, ora un oooh! Insomma si vede il suggeritore nella buca! Così invece di  costruire il road movie di una scorribanda nel mondo reale di un folle (come l’Antonio di La veritàààà di Zavattini o il Ditegli sempre di sì di Eduardo), pur sapendo di avere alle spalle due mostri sacri come il  Nido del Cuculo  e Telma e Louise,  Virzì e la Archibugi si avventurano  in un percorso sempre più forzato  costellato di situazioni che partono dalla commedia all’italiana e tendono, ecco la nota di Bondì, al grottesco: dal carattere alla caricatura insomma. Salvo il lacrimoso finale degno di Zavattini e De Sica (eh sì, il faccione tenero del bambino simpaticamente tontolone   che non capisce un cavolo funziona sempre!).

In altre parole,  le scene de La pazza gioia seguono le tappe forzate di un road movie più pensato che vissuto: il ritorno alla discoteca, l’incontro con la madre badante di un fetido moribondo, la  cena al ristorante di lusso con tanto di fuga alla Amici miei.  Bravissime le attrici a tenere su la tensione e bravo naturalmente il regista a fottersene del copione che ha scritto forzando la mano a se stesso centrando il meglio sulle scene – queste sì magistrali – nella Casa di Cura. Ma è un film fatto di episodi che non accadono, come dovrebbero accadere nel mondo reale, da soli, ma sono pensati, studiati, architettati e realizzati secondo progetto. E messi lì come i capitoletti di una tesi di dottorato sul cinema.

Chiediamoci perché queste impasse non compaiono nel precedente film. La risposta mi viene spontanea considerando gli autori dei due film. Mentre  Il capitale umano  deriva da un grande romanzo di Stephen Amidon e alla sceneggiatura ha collaborato un grande scrittore e drammaturgo come Francesco Piccolo,  La pazza gioia è stato scritto  dal regista stesso (sempre presente nella stesura dei suoi film, e questo va bene) e da  un’altra brava regista come Francesca Archibugi, la quale però scrive cinema pensando appunto da regista. Così mentre Il capitale umano  è un film drammatico, perché scritto da un drammaturgo, La pazza idea  è un film che rasenta il grottesco perché scritto da due registi italiani  che non si sono accontentati del loro ruolo di direttori e collaboratori alla sceneggiatura, ma si sono inerpicati sulla perigliosa vetta del Cinema d’Autore.

Mi si chiederà: non ti piace il cinema d’autore? Certo che mi piace, quando ad esempio il primo Nanni Moretti prende la leggendaria Vespa per girare le sue pellicole geniali  e originali. Il cosiddetto cinema d’autore è per forza di cose legato, come suo stesso principio fondante e creativo, al circuito chiamiamolo alternativo o d’essai (oggi youtube); oppure è legato, vedi Ken Loach, a tematiche strettamente sociali e politiche per un pubblico ristretto. Ma soffro nel pensare ad un cinema d’autore prodotto da canali commerciali, le cui esigenze si scontrano sempre con la creatività e l’impegno che questo tipo di arte  richiede: il botteghino.

Certamente,  per ovviare a questi problemi  esistono i finanziamenti ministeriali e, non ultimo, le coproduzioni con le emittenti televisive. Ma qui allora sorge il problema della sceneggiatura che prevede, anzi dovrebbe prevedere un triplice controllo: di chi scrive, di chi realizza e di chi produce. Per questo le buone sceneggiature (Hollywood docet) nascono dalla confluenza e mediazione di questi interessi: di scrittura, di realizzazione, di produzione  e qualche volta anche di distribuzione.

Quando invece un regista scrive il proprio film d’autore (nel caso in questione  coadiuvato da un altro regista che ha la sua stessa impostazione professionale, stessi pregi e stessi difetti)  ed è lui stesso oltretutto a procacciarsi i soldi della produzione, allora crollano tutti i controlli, le letture e discussioni in sede di stesura dello script. Dicevamo  di  Monicelli, Risi Scola: per loro scrivevano tra gli altri Age e Scarpelli, Cerami, Pinelli, Suso Cecchi d’Amico, per non parlare degli scrittori ad esempio Carlo Bernari per Nanni Loy, De Santis e Germi, Zavattini per De Sica.

A questo discorso si possono fare alcune nobili eccezioni, primo fra tutti Ingmar Bergman. Senonché il regista svedese, prima ancora di essere un cineasta, è uno scrittore e un drammaturgo erede della grande tradizione drammatica scandinava, altro che “semplice” regista!  E non parliamo di Pasolini che da grande drammaturgo e narratore serviva alla grande li Pasolini cineasta. Del resto lo stesso Woody Allen come noto è un grande commediografo. Al contrario Virzì e la Archibugi non sono grandi drammaturghi e, mi si perdoni, neppure eccelsi narratori: sono “solo” ottimi registi.

Troppo poco? Ebbene il cinema è fatto di diversi livelli professionali e scaturisce dall’ottimizzazione delle competenze tecniche e creative: non tutti possono fare tutto.

A ciascuno il suo, recita un titolo di Pirandello, cui io aggiungo un proverbio germanico: Schuster blebt bei deinen Leisten,  Calzolaio pensa alla scarpa.

Enrico Bernard

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