“Punto di fusione” di Diana Höbel all’Hangar Teatri di Trieste: poetico viaggio nell’umanità della Ferriera di Servola

Data:

Trieste, Hangar Teatri, dal 7 al 9 febbraio 2020

 Il senso di Trieste si trova nascosto tra le pieghe delle sue contraddizioni e “Punto di fusione”, lo spettacolo scritto e interpretato da Diana Höbel all’Hangar Teatri, ne offre con chiarezza un limpido esempio affrontando l’ambivalente rapporto tra i cittadini e la Ferriera, situata in una periferia ormai non più così lontana dal centro cittadino.

Seconda parte di una trilogia in costruzione, iniziata lo scorso anno con “Il fantasma della Ferriera” (adattamento drammaturgico di Gioia Battista tratto dall’omonimo romanzo di Chiara Bernardoni, per la regia di Fulvio Falzarano), il notevole testo drammaturgico prende slancio dalla prospettiva storica, volteggiando sopra la collina di Servola che nel corso dei secoli fu trasformata da bosco in terreno ricco di vigneti e da villaggio in rione popoloso alla cui base, a fine Ottocento, fu realizzato uno stabilimento per la produzione della ghisa.

Trieste era diventata la terza città più importante dell’Impero Asburgico, unico porto del Regno d’Austria.

Borgo rurale e villaggio industriale si trovarono così a convivere a distanza ravvicinata, in un rapporto dall’equilibrio instabile costante e presente ancora oggi, tempo in cui le istanze ambientaliste si sono sommate alle altre accumulatesi sul terreno come scorie dei decenni passati.

Nell’excursus intessuto attraverso i decenni da Diana Höbel si inseriscono digressioni didattiche sull’evoluzione della tecnologia necessaria per produrre la lega ferrosa, rese leggere dalla poesia che mantiene sempre in primo piano il fattore umano, elemento attraverso il quale è possibile far convivere miti antichi e visioni future.

La barra della navigazione non si sposta di un millimetro dalla consapevolezza che in ogni fase della sua vita, all’interno di questo impianto siderurgico c’erano persone impiegate in un lavoro usurante, pericoloso e, proprio per questo, capace di dar vita a legami fortissimi e indissolubili fra chi si trovava a condividerlo.

I livelli di sicurezza poco a poco migliorarono, ma non sempre la gestione, prima pubblica e poi privata, si dimostrò attenta e capace.

Oggi le contrapposizioni fra abitanti e lavoratori sono molto accese, tese e spesso estremizzate.

Ma “Punto di fusione” ha, tra gli altri, il merito di dar spazio a quel che si trova in ombra: una riflessione pacata ha bisogno di tempo per aiutare a comprendere una realtà complessa come questa a partire, ad esempio, dalle motivazioni che spingono tanti ex operai a frequentare con regolarità il circolo interno, dimostrando un evidente attaccamento nei confronti di quest’azienda, fatto per certi versi sorprendente.

Una delle caratteristiche di Trieste, città tutto sommato giovane se si considera che il suo sviluppo ha avuto origine “appena” trecento anni fa, è di accogliere per far proprio qualsiasi elemento estraneo; le proteste iniziali sono d’obbligo assieme alle critiche successive, generatrici di una certa quale equidistanza tra l’accettazione e il rigetto, il tutto circondato da una buona dose di affetto scontroso, sempre in ascolto fingendo di ignorare.

Nulla, a Trieste, possiede un unico aspetto; nemmeno la Bora che tutto il mondo conosce: esecrata se porta il brutto tempo, è benedetta quando in ogni stagione dona giornate così terse da mostrare, oltre l’orizzonte del golfo, il profilo di montagne lontane centinaia di chilometri.

Paola Pini

Trieste, Hangar Teatri
dal 7 al 9 febbraio 2020
 Punto di Fusione
Uno spettacolo sulla Ferriera
di e con Diana Höbel
Produzione Teatro degli Sterpi
Foto Vanni Napso

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