Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

Per la poesia di Paolo Bertolani. Una lettura di Avéi, Garzanti, Milano, 1994

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Di Paolo Bertolani, figura tra le più rilevanti della nostra poesia in dialetto, in quella lingua spezzina della Serra di Lerici assurta a contraltare di resistenza alle pressioni  di uniformità del moderno, resta la forza di un mondo che ha saputo risplendere e levarsi soprattutto dalle derive di una memoria e di un presente di tentazione, non più arenato allora all’ombra delle sue retrocessioni ma da quelle spinto, ispirato nella dilatazione di una vita ancora libera, non soffocata alle malie delle sue incarnazioni. Averi allora, Avéi, come da titolo in questa pubblicazione di scorcio secolo, nella sottolineatura di beni, o per meglio dire di un bene, che è quello nella terra dei suoi affetti, della terra stessa nell’indice di una rimessa e partecipata condivisione in ciò che poi nell’affabulazione è detto il nostro essere uomini e donne insieme. Da qui ci sembra si debba partire nella lettura di un autore che a più di dieci anni dalla scomparsa continua e forse con più forza a interrogarci nel buio di un legame che adesso pare abbia smarrito i suoi codici patendoli entro una cultura che più non regge nell’economia, e nella pandemia scusate, dei suoi mercati. Uomo di terra nel riferimento contadino del suo incalzare ma anche d’acqua evidentemente in tanta distensione di mare, ci lascia in queste pagine all’avanzare così di una marea che non è solo quella del tempo e delle sue naturali cancellazioni ma anche di un oscuro significare di separazioni, di riflessi e panici smarrimenti d’uomini nel disconoscimento agli occhi, e al senso, di voci e di cose, di luoghi che per dirla con Montale più non reggono. O che ancora se reggono è nel sussurro di una richiesta che possa salvarli risalendo da odori, frammenti, incisioni di un discorso che ha esistenza proprio entro l’amore di una resistenza detta per avvolgimenti, per brevi sacralità liriche nell’aderenza delle parole nelle ferite comune per dirci. A dire allora è il respiro di uno spazio comunque vivo cui l’uomo ancora per procedere possa tentarsi e ricordarsi di la dà dai balbettii e dai trattenimenti di una memoria incagliata cui Bertolani non si divincola restituendola così nell’assertività della lingua entro più forti e illuminate consegne, adesso entro più forti e nuove braccia. La rinominazione a partire da questo spazio di affetti è nell’incisione dunque corale e identitaria degli elementi che la vanno a dire e concorrono, l’uomo emblema di una perdita cui solo animali e terra forse possono ancora provarlo nella recisa condizione di un rapporto non escludente ma richiamato al rispetto della sua antica costruzione. Quanta dolenza di sguardo c’è in questa poesia, che non è quella dell’uomo verso se stesso ma dell’uomo nel compianto della sua possibilità di vedere, di capire e di capirsi, di essere immerso in un mondo da cui arrivano solo segnali di sparizione, della sua sparizione in una età che non lo celebra ma lo distanzia tra lamenti di anzianità alla deriva, di amori assenti, creaturalità colpite da improprie e indotte passioni sullo sfondo di campagne e mari, ma questa certo è solo una proiezione, ora impazienti ora nella desolata solitudine di ore e figure dimentiche (“la pièva o vègna vento/i siti i nó refiàde pu con noi/i nó vene pu/ a fioìe drento” – “piova o venga vento/i campi non respirano più con noi,/non ci vengono più/a fiorire dentro”). In realtà oltre l’uomo tutto è ben vivo ancora, ancora nella sua bellezza non passiva rimessa entro un ordine in cui l’uomo stesso può di nuovo riconoscersi in un reapprendimento che viene per dimenticanza di sé, del suo perpetuato complesso di dominio. Esemplare allora di contro è questa poesia della fragilità come compagna non riconosciuta del mondo, come suo alfabeto nella chiamata a una scrittura che proprio nell’affidamento fiducioso e religioso della propria impotenza offre (in un dialetto come è stato scritto aspro, tenero, ispido) la chiave di una riapertura dal nulla che sembra attenderci dalle nostre sociali e personali recinzioni. L’educazione ci ricorda Bertolani nell’umile e a tratti rabbiosa inquietudine del verso passa nel sapersi leggere dove già siamo non dove non è possibile ed è un bellissimo testo,  “Lèse” (“Leggere” infatti) a scioglierne il senso, in quell’albero sotto casa che nel flettersi ha la misura precisa del fare del vento rivelandosi al punto di luce. La stessa morte è in questa naturale tensione, nel suo naturale assenso ai cui fantasmi però l’uomo di Lerici non sfugge perché fantasmi al contrario di una disperata assenza, per tramonto di uomini e tempi certo, ma soprattutto per tramonto di partecipata presenza, di raminga solitudine allora, discavati in terre in cui le voci che pure ancora appaiono nel sogno più di noi non chiedono, non pronunciando più il nostro nome. C’è una figura su tutte al cui proposito forse ci dice, è quella del vecchio Pepìnela con cui si va chiudere il volume, considerato matto e finito col chiudersi in casa a parlare da solo e a raccogliere pietre una volta abbattuto l’albero sotto cui amava accucciarsi là dove nessuno avrebbe potuto fargli del male. Perché la morte vien prima e la solitudine prima scontata è quella di una morte che altrimenti poi ci trova già scacciati non solo dagli altri ma sovente proprio da noi stessi, irrisolti ai luoghi, ai desideri, alle aspirazioni di una vita che non abbiamo saputo espansa. Non è il caso di Bertolani, la cui malinconia nasce infatti dall’abbandono di tanta distensione, cui solo l’amore, della donna amata, delle figlie e degli amici, di case e spazi di una geografia di affetti ora colpita dalla indifferenza di un tempo cui tutto somiglia nella propria irriflessa percezione, può attenuare oppure insieme dilatare in quella perdita cui il canto si espone in una chiusa dolenza così vicina adesso agli ultimi esiti di un’ altra grande figura della nostra poesia, il lancianese Giuseppe Rosato. Nel segno di questo amore dolente perché ancora vivo in una terra richiamata a ripensarsi in noi uomini nelle ascritte ascensioni delle sue origini è il bene di un autore cui vale più che mai la rilettura soprattutto nella rilettura di noi stessi e che questi versi con cui andiamo a concludere magistralmente rivelano:”Considera sfòrso der can per capìe/che si busca i le lighe//quelo dî buti téni a primavéa/pe rompìe ‘a pèle dî rami// e der moribóndo per fasse capìe/ co’ ‘a se bóca de préa” (“Considera lo sforzo del cane per capire/ che se lo abbaia lo legano// quello dei germogli teneri a primavera per rompere la pelle dei rami//e del moribondo per farsi capire/con la sua bocca di pietra”).

Gian Piero Stefanoni

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