Modigliani e le sue donne: arte, amore, libertà e tragedia nella Parigi del primo ‘900

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“L’uomo che amava le donne”: il titolo del bel film di François Truffaut calzerebbe proprio a pennello, come epigrafe immaginaria, all’Amedeo Modigliani interpretato da Marco Bocci in Modigliani e le sue donne, spettacolo -basato sulla vera vita dell’artista- firmato da Angelo Longoni, qui regista oltre che autore. La pièce ripercorre il periodo parigino (1906-1920) del geniale e sfortunato pittore e scultore livornese attraverso i suoi grandi amori, cioè le quattro donne più importanti per la sua vita e per la sua arte. Quattro figure “storiche”, quindi reali, ma anche simboliche, per riassumere le diverse fasi artistiche e affettive –specchio di una mente inquieta e complessa- della breve ma intensissima vita di Modigliani: l’affascinante Kiki de Montparnasse (Giulia Carpaneto), prostituta e modella che inizia Modì alla vita bohémien, facendogli conoscere i più importanti artisti della città ma anche la perdizione con droghe e alcolici; la poetessa e chiaroveggente russa Anna Achmatova (Vera Dragone), con la quale Amedeo stabilisce una fortissima intesa sia fisica che -soprattutto- intellettuale, trovando un effimero momento d’equilibrio che crolla quando la donna sceglie di tornare in patria col marito, il poeta Nikolaj Gumilev; Beatrice Hastings (Romina Mondello), forse l’amore più intenso e turbinoso di Modì, ricca e colta corrispondente a Parigi per un giornale britannico, donna forte e dalla spiccata mentalità imprenditoriale, convinta sostenitrice del talento del Nostro e perciò determinata nel convincerlo a lasciare la scultura per la più redditizia pittura; Jeanne Hébuterne, la giovanissima (14 anni meno di lui) e devota moglie, pittrice a sua volta, talmente legata a Modigliani da decidere di seguirlo anche nella morte, nonostante porti in grembo il loro secondo figlio.

Dopo l’articolo sull’interessante mostra “Gli amori di Modì” (Arezzo, Galleria comunale di arte contemporanea, fino al 21 febbraio), torno volentieri a parlare di un’altra iniziativa culturale riuscita legata ad Amedeo Modigliani, di cui, lo ricordo ancora, nel 2020 cadrà il centenario della scomparsa, evento che sarà celebrato –si spera- con una grande esposizione di tutte le sue opere. Modigliani e le sue donne, come ben si intuisce dal titolo, racconta l’artista focalizzandosi su uno degli aspetti più importanti della sua vita: l’amore. Amore che però, in Modì, si intreccia indissolubilmente con l’arte, come la pièce mostra a più riprese: non solo il Modigliani tombeur de femmes, quindi, ma anche l’artista desideroso di immortalare le donne (spesso nude), sua principale fonte d’ispirazione, sulla tela, per comporre un’ode sconfinata e imperitura all’insondabile mistero della bellezza femminile, il soggetto prediletto dal pittore, di fronte al quale è colto da irrefrenabile emozione ed estasi creativa. Accanto al rapporto tra l’arte e l’amore, emergono anche altri aspetti reali della carriera e della vita di Modigliani: il “fare arte per l’arte”, l’amicizia/rivalità con Picasso, il rifiuto di aderire a qualunque movimento artistico particolare, la sofferta decisione di abbandonare la scultura (sia per motivi di salute che economici) in favore della pittura, i difficili rapporti con i mercanti d’arte, la predilezione per i volti e i ritratti (“L’UNIVERSO E’ TUTTO RACCHIUSO DENTRO A UN VOLTO”), l’ardente (bi)sogno di andare oltre la mera verosimiglianza per scavare “all’interno” e raggiungere l’essenza delle cose…Tutti elementi fondamentali per la comprensione del Modigliani artista che lo spettacolo coglie con puntualità, acuti spunti critici che tratteggiano i contorni di un genio immenso e disperato per il quale amore, arte, vita e bellezza diventano una cosa sola. Sullo sfondo, la Parigi d’inizio ‘900, forse il più grande crogiolo artistico della storia, un’epoca d’oro irripetibile che Modigliani ha coraggiosamente vissuto da indipendente restando sempre ai margini del Movimento, senza aderire a questa o a quella avanguardia, e mantenendo intatta, quindi, la propria identità artistica. Ottimo Marco Bocci, che ci restituisce un Modigliani passionale, sognatore, poetico, orgoglioso della propria italianità e della propria unicità, ma anche infedele, autodistruttivo, fragile, insicuro, tenero e commovente nelle sue contraddizioni, nei suoi grandi slanci di generosità e nei suoi entusiasmi. Reggono bene il gioco anche le attrici (in particolare Giulia Carpaneto e Vera Dragone), il resto lo fanno le musiche di Ryuichi Sakamoto (si riconosce il celebre tema de Il tè nel deserto) e le ispirate scene di Gianluca Amodio.

Scritto e diretto da Angelo Longoni con: Marco Bocci, Giulia Carpaneto, Romina Mondello, Vera Dragone, Claudia Potenza.

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